Guardando Inter–Napoli e Roma–Atalanta sabato sera, e poi il terribile posticipo domenicale tra Juventus–Milan, più di qualcuno avrà pensato di trovarsi davanti non a due campionati, ma quasi a due sport differenti. Tanto spettacolari, esaltanti, moderne le partite che hanno lanciato in vetta alla classifica nerazzurri e giallorossi in quello che potrebbe davvero essere il duello scudetto di quest’anno, quanto lento e noioso l’ultimo big match, tale ormai soltanto per tradizione.

Per carità, non si possono trarre conclusioni da una singola gara: ci sono troppe variabili come avversari, posta in palio (in realtà molto simili, si trattava in entrambi i casi di scontri diretti pesanti), ogni partita fa storia a sé. Eppure la differenza è stata chiara. Da una parte c’erano due squadre che sapevano esattamente cosa fare, e soprattutto lo facevano a mille all’ora, tanto da riuscire a schiantare per sfinimento gli avversari all’ultimo secondo, al netto degli episodi e di una buona dose di fortuna che ha determinato il punteggio. Dall’altra, invece, al di là del pareggio alla fine anche meritato, in egual misura Spalletti e Amorim hanno mostrato di essere ancora impantanati nel guado di una rivoluzione tecnico–tattica di cui non si conosce l’esito: due formazioni lunghe, sfilacciate, incapaci di portare il pressing e di accompagnare con tanti uomini l’azione offensiva. Infatti nonostante lo stesso metro arbitrale molto permissivo (la famosa “linea Orsato” che tanto sta facendo discutere), e un tempo di gioco effettivo in linea con le altre (sempre intorno ai 56 minuti), la partita sembrava non scorrere mai, tale era la noia.