C’è un istante, in ogni grande sfida, in cui la lavagna tattica cede il passo alla realtà del prato. All’Allianz Stadium quel momento ha preso le sembianze di Federico Gatti, spedito in avanti come centravanti d’emergenza. Juventus-Milan finisce 1-1: non solo il resoconto di un big match della terza giornata, ma una lezione su cosa significhi oggi “costruire” una squadra da scudetto. Spalletti e Amorim si dividono la posta, salendo entrambi a quota 7, ma la sensazione è che la robustezza di Inter e Roma resti, per ora, un orizzonte lontano e complesso.

La passerella delle celebrità ha dato cornice a un pomeriggio da grande evento: in tribuna Roberto Bolle, Eros Ramazzotti, Ezio Greggio, i saluti istituzionali del ministro Giorgetti e del sindaco Lo Russo, e a bordocampo l’omaggio del patron rossonero Gerry Cardinale al golden boy del tennis, Jannik Sinner. Poi, come spesso accade, il calcio ha rimesso tutto al suo posto.

Il lunghissimo applauso a Franco Baresi prima del via ha ricordato che la nobiltà di questo sport non è fatta di sponsor e riflettori, ma di memoria e temperamento: quello che è mancato a tratti e che, nel finale, è riemerso con forza.

Priva dell’estro di Yildiz, la Juventus di Luciano Spalletti ha scelto il coraggio lanciando dal 1’ il giovane Alajbegovic. Per larghi tratti del primo tempo, però, la manovra bianconera è apparsa un motore potente senza bussola. L’unica scintilla costante è stata Francisco Conceicao: imprendibile nell’uno contro uno, ha costretto Maignan a due interventi prodigiosi prima dell’intervallo e, al 55’, ha colpito un palo clamoroso con un mancino secco. I piemontesi hanno prodotto gioco, ma a un ritmo spesso compassato.