La Scala ha riaperto con l’annuale “Progetto Accademia”, affidato cioè ai giovani virgulti della sua scuola (ma venduto quasi agli stessi esorbitanti prezzi degli spettacoli “normali”). Quest’anno toccava all’“Elisir d’amore”, sempreverde donizettiano che sta in piedi da solo ma è in realtà tutt’altro che semplice, diciamo uno di quei titoli che non è difficile mettere su ma è molto difficile mettere su bene. Sabato, l’opera è stata accolta con grande simpatia, nel clima festoso che accompagna i debutti dei “gggiovani”, da un teatro strapieno di amici e parenti, e per il resto dai soliti turisti overdressed e selfanti che non distinguono un soprano di coloratura da un basso profondo (quindi sì, giustissimo farli pagare come quando c’è la Netrebko). I pregi non mancano. Il principale è la bacchetta di Marco Alibrando. Il giovin direttore, che poi ha 39 anni (Mozart era già morto, ma si sa che oggi si resta giovani fino ai cinquanta) e una bella carriera internazionale ben avviata, conferma le qualità segnalate in tempi non sospetti e ancor più rimarchevoli perché, come sa chi sa, dirigere “L’elisir d’amore” è altrettanto difficile ma più pericoloso che “Elektra”. Dunque, braccio sicurissimo, accompagnamenti elastici ed eleganti, attacchi distribuiti con dovizia mettendo quindi il palcoscenico a suo agio e una scelta di tempi generalmente spediti che sono una buona cosa in generale e in particolare se in scena le riserve di fiato non sono infinite. Aggiungo che è una direzione “storicamente informata”, con la sua brava valorizzazione dell’ottimo fortepiano di Daniele Di Teodoro, e che riapre tutti gli orrendi tagli “di tradizione”, anche con l’additivo di variazioni semplici ma eleganti che credo essere farina dello stesso sacco alibrandesco. In sintesi: ottimo direttore, da richiamare nel Tempio. Al netto di qualche sbavatura, buona la prova dell’Orchestra e ottima quella del Coro, entrambi accademici.