L’intervista rilasciata da Antonio Giraudo a “La Stampa”, giocoforza, ha fatto rumore. L’ex amministratore delegato bianconero ha rotto un silenzio durato vent’anni riportando d’attualità una pagina indelebile della storia dello sport italiano, non soltanto bianconero. E una vicenda – Calciopoli – controversa, divisiva, ancora dirompente e ricca di punti oscuri e di ferite aperte. C’è un passaggio nodale, nell’intervista, che riporta alla causa dalla quale sarebbe scaturita la vicenda-Calciopoli (dunque la radiazione del dirigente, la retrocessione della Juventus con annesso smantellamento di buona parte della rosa): l’invidia. Giraudo ha rimarcato di aver subito «una gogna mediatica senza precedenti, figlia dell’invidia di chi non ci ha battuto sul campo». E ha sottolineato il fatto che «alla fine dei lunghi processi è emerso come nessun campionato sia stato alterato. Lo disse Sandulli, presidente della Corte Federale, che era “un mondo fatto di cattive abitudini, non di illeciti classici”».
L’invidia Fabio Capello concorda in tutto e per tutto con il suo Ad dell’epoca. L’ex tecnico era alla guida della Juventus di cui il dottor Giraudo era deus ex machina. Legato al manager da un forte legame di stima (reciproca) e rispetto, non fatica a viver come proprio ciò che Giraudo ha esternato pubblicamente dopo anni di gogna mediatica. E pubblicamente si espone, quando intercettato a margine della presentazione degli euro-palinsesti di Sky Sport. C’è l’empatia umana, innanzitutto: «Il dottor Giraudo è il miglior manager italiano che abbiamo, eppure è stato espulso dal sistema». C’è l’orgoglio che riaffiora ripensando a quella super squadra costruita e insieme gestita nel biennio 2004-2006. «Calciopoli è nata dall’invidia di chi non riusciva a batterci sul campo? Beh, eravamo fortissimi», ci ha raccontato ieri l’ex allenatore. E ancora: «Non avevamo bisogno di aiutini. Il dottor Giraudo porta a galla verità che io ho sempre sostenuto e sempre detto: quegli scudetti sono stati vinti sul campo, non erano medaglie tarocche. Erano medaglie vere».









