Magari stasera attorno alle 23 il Como si scoprirà solo in testa alla classifica come mai è successo nella storia, ma questo non solleverebbe stupore, come se avessimo ormai fatto l’abitudine alla sua nuova dimensione (dopotutto, nell’anno solare solamente l’Inter ha fatto più punti) incasellandola in una normalità che però Fabregas rinnega, «perché siamo cinque-sei anni avanti, il processo di crescita è stato troppo veloce. Dopo che abbiamo vinto a Napoli i miei facevano festa come se avessimo conquistato una coppa, segno che per noi queste non sono ancora cose normali. Se avessero vinto loro, sarebbero andati a casa contenti di aver battuto il Como e niente più».

Però è proprio “colpa” di Fabregas se sul lago, dove l’acqua sembra sempre ferma e fa sembrare fermo tutto quello che c’è attorno, il tempo si è messo a correre in quel modo. «Appena tre anni fa toccavo il mio ultimo pallone a Cittadella» ricorda, senza essersi tolto dalla testa il gol che sfiorò nella partita dell’addio: se avesse segnato il Como sarebbe andato ai play-off, magari avrebbe conquistato la Serie A un anno prima, magari senza Cesc in panchina e magari la storia avrebbe fatto un altro giro, invece di prendere questo slancio di inaudita velocità che ha portato il Como in Champions («Ma prima c’è il Genoa, il loro stadio è una bomboniera, il tifo meraviglioso, De Rossi un grande») senza passaggi intermedi eppure, al tempo stesso, senza crisi di crescita. «Ma adesso», diceva al Maradona, «qualcosa dovremo concedere. Avremo tante partite in cui gli altri in partenza avranno 80 possibilità su 100 di vincere. Dovremo capire come il nostro 20 può diventare il 99,9».