Siamo ormai abituati, nel modo di fare cinema, allo spirito controcorrente di Ridley Scott. Il padre di capolavori come “Alien”, “Blade Runner” e “Il Gladiatore”, non a caso, è riuscito negli anni a ritagliarsi una tale influenza nel settore da potersi permettere pressoché qualsiasi tipo di libertà creativa, dando prova, con il suo solito carattere tagliente e senza fronzoli, di pensare unicamente al proprio lavoro, senza farsi troppo condizionare dai giudizi esterni.
Se un simile temperamento artistico gli ha permesso, ancora oggi, di porsi tra i cineasti americani di maggior rilievo, le sue pellicole più recenti sembrano, tuttavia, aver perso lo smalto dei tempi d’oro della sua carriera. Titoli come “House of Gucci”, “Napoleon” e, sotto certi aspetti, “Il Gladiatore 2” hanno messo in luce, stando alle opinioni di una fetta della critica, una deriva più improntata alla spettacolarità e meno al contenuto, tra inesattezze ed errori grossolani nella costruzione del materiale narrativo.
In coincidenza con la fine di agosto, ha esordito il suo ultimo “The Dog Stars”, film post-apocalittico basato sull'omonimo romanzo di Peter Heller del 2012, con protagonisti gli affermati Jacob Elordi, Josh Brolin e Margaret Qualley. In un futuro in cui un’orribile pandemia ha decimato la popolazione mondiale, seguiamo le vicende di Hig, un meccanico e pilota rifugiatosi in un vecchio aeroporto abbandonato, in compagnia del suo cane Jasper e di Bangley, un ex marine. Dopo aver rintracciato un segnale radio che potrebbe indicare la presenza di altri sopravvissuti, Hig incontrerà Cima e suo padre Pops, ritrovando la speranza di instaurare ancora una volta un legame umano.






