«La politica non è soggetta a trasmissione sessuale», hanno detto simpaticamente a Léa Salamé, la più celebre giornalista di punta, e d’assalto, di Francia: rea di aver rinunciato, per il compagno, al ruolo più prestigioso della sua folgorante carriera. Presentatrice, da un mese, del tg delle 20, si è ritirata il giorno stesso in cui lui ha annunciato di presentarsi alle presidenziali del 2027. Il dibattito è infuocato: la deontologia professionale lo richiede, ma davvero nel 2026 una donna deve rinunciare al lavoro a causa del suo uomo?

Léa Salamé, attraente e spesso impertinente intervistatrice, ha raccolto in Donne di potere le voci di industriali, storiche, rabbine, attrici come Marion Cotillard, la presidente della Bce Christine Lagarde, una colonnella e una sindaca che condividono la passione di Léa per il lavoro e il successo. Nata a Beirut da un ministro della Cultura e consigliere di Kofi Annan all’Onu, e da un’armena (il padre, scampato al genocidio; famiglia dei gioiellieri Boghossian), a cinque anni, in fuga dalla guerra, Salamé è a Parigi, dove studia nell’esclusiva École Alsacienne (230 posti su 1.500 domande), poi Diritto e Scienze politiche a Parigi e a New York, dove è leggermente ferita nell’attentato dell’11 settembre. È cattolica praticante. Prima trasmissione con un amico del padre, poi Léa prende il volo. Nel 2015, in uno dei suoi tanti programmi di attualità, intrattenimento, cultura e politica, conosce un saggista, Raphaël Glucksmann, che ha fondato un piccolo partito, Place Publique. A fine trasmissione, il regista li riprende; gli amici li chiamano: «Ma c’è qualcosa tra voi?». Cadono dalle nuvole (il regista invece aveva visto); da allora non si sono più lasciati e hanno avuto un figlio. Anche lui ha delle radici molto speciali. Il nonno Rubin, nato a Czernowitz (oggi Ucraina), sionista di sinistra poi membro del partito comunista in Palestina, diventa un agente sovietico; poliglotta, vive tra Amburgo, la Francia e Londra, dove, come spia, subisce arresti e deportazione. La moglie Marta, cuoca, reduce da un kibbutz, rimasta in Francia, si è unita alla Resistenza. Il figlio André Glucksmann, intellettuale maoista un po’ dandy, diventa una figura di punta dei nouveaux philosophes atlantisti e neoliberali. Raphaël, a lungo consigliere europeista del presidente georgiano Michael Saak’achvili (la prima moglie è stata viceministro in Georgia e in Ucraina), è dal 2023 europarlamentare; tra i socialisti, il ruolo di Place Publique, anche ora per le Presidenziali, è di opporsi alla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. Da gennaio, un documentario, The Glucksmanns, li racconta: meritano il passo indietro di Léa?