Roma, 2 settembre 2026 – Trenta miliardi di euro investiti dal 2010, 19mila dipendenti a tempo indeterminato, oltre 20mila piccole e medie imprese italiane che vendono attraverso la piattaforma e più di 4 miliardi di euro di vendite realizzate dalle Pmi nel solo 2025. Sono i numeri con cui Amazon misura oggi la propria impronta economica sull’Italia, quindici anni dopo l’apertura dello store nazionale. Un bilancio che va letto oltre la dimensione aziendale: racconta quanto l’economia digitale sia ormai entrata nella struttura produttiva, logistica e commerciale del Paese.
Investimenti e attrattività
Secondo i dati diffusi dal gruppo, dal 2010 gli investimenti complessivi hanno superato i 30 miliardi, comprendendo infrastrutture logistiche, uffici, data center e spese operative. Nel solo 2025 sono stati oltre 5 miliardi. Keystone Strategy stima che questi investimenti abbiano contribuito a generare più di 23 miliardi di valore aggiunto per il Pil italiano, circa 4 miliardi nell’ultimo anno. Il deposito di smistamento di Amazon a Peschiera Borromeo (Ansa / Monrif)
Il dato assume un significato più ampio se confrontato con il tema, centrale per l’Italia, dell’attrazione degli investimenti esteri. Secondo TEHA, Amazon è la terza grande impresa a controllo estero per investimenti realizzati nel Paese nel quinquennio 2020-2024. E le multinazionali estere, pur rappresentando soltanto lo 0,4% delle imprese italiane, generano il 21% del fatturato, il 17,5% del valore aggiunto e quasi il 10% dell’occupazione, oltre a sostenere il 38,3% della spesa privata in ricerca e sviluppo. È in questo che il “caso Amazon” diventa anche una questione di politica industriale: capacità di attirare capitali internazionali, infrastrutture, tecnologie e competenze in un Paese che continua a soffrire per bassi investimenti e dimensione ridotta delle imprese.






