Dopo la cattura di Maduro e il cambio di regime sostenuto da Washington, gli Usa si assicurano l’accesso alle immense riserve petrolifere venezuelane. Tra accuse di narcotraffico, rapporti con Hezbollah e rivalità con la Cina, la vicenda intreccia energia, sicurezza e geopolitica. L’analisi di Alberto Pagani, docente di Geopolitica e Geostrategia, Università di Bologna, esperto di intelligence e guerra cognitiva

Venerdì sera, 28 agosto, Donald Trump ha scelto Truth Social per annunciare quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”. Gli Stati Uniti, ha scritto, si sono assicurati il controllo maggioritario di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane, senza costi per i contribuenti americani, grazie al lavoro del segretario di Stato Marco Rubio e del segretario alla Guerra Pete Hegseth, in raccordo con la presidente ad interim di Caracas, Delcy Rodríguez. Poche ore dopo, la stessa Rodríguez parlava di un’intesa “storica”. Sui mercati, nelle cancellerie, la notizia è rimbalzata come l’ennesimo colpo a effetto di un presidente che ama misurare la politica estera in barili e miliardi.

Ma per capire cosa sia davvero accaduto venerdì bisogna resistere alla tentazione di leggerlo come un fatto isolato, l’ultima puntata di una trattativa commerciale. È il punto d’arrivo — provvisorio — di una sequenza che comincia sette mesi prima, il 3 gennaio 2026, quando le forze armate statunitensi hanno condotto un’operazione militare in Venezuela, nota con il nome in codice Operation Absolute Resolve, catturando Nicolás Maduro e trasferendolo negli Stati Uniti per rispondere di narcoterrorismo. Non un negoziato tra pari, dunque, ma un accordo economico che nasce da un cambio di regime imposto con la forza. Delcy Rodríguez, oggi interlocutrice di Washington, governa un Paese il cui capo di Stato è stato deposto da un intervento armato americano meno di un anno fa. Tenere insieme questi due fatti — la cattura di Maduro a gennaio e l’accordo sui 65 miliardi di barili ad agosto — cambia il senso della storia: non un mercato che si apre, ma un mercato riaperto con le armi e poi occupato con i capitali.