Un amministratore di database deve intervenire su un server di produzione. Nel modello tradizionale può disporre di un account che conserva i relativi privilegi 24 ore al giorno, anche se li utilizza poche volte al mese. Con il Privileged Identity Management (PIM) il principio cambia: l’amministratore è riconosciuto come idoneo a ottenere quei privilegi, ma deve attivarli quando ne ha bisogno. L’autorizzazione può richiedere MFA, approvazione, una motivazione e altri controlli; dopo trenta minuti, un’ora o il tempo stabilito dalla policy, decade automaticamente.Con questo approccio vengono ridotti i cosiddetti standing privileges, autorizzazioni potenti che rimangono disponibili anche quando nessuno le sta utilizzando.La questione ha assunto una dimensione diversa con la moltiplicazione delle identità digitali. Oltre agli amministratori IT nel campo giocano diversi attori: sviluppatori, fornitori esterni, workload cloud, service account, API, container, pipeline DevOps e, sempre più spesso, agenti AI capaci di operare sui sistemi.Il 2026 Global Incident Response Report di Palo Alto Networks, rileva che debolezze legate alle identità hanno avuto un ruolo nell’89% delle indagini. Nell’analisi di oltre 680.000 identità cloud, il 99% di utenti, ruoli e servizi disponeva inoltre di autorizzazioni eccessive, alcune inutilizzate da almeno 60 giorni.Le credenziali continuano intanto a essere un bene facilmente monetizzabile. Nel DBIR 2025 Verizon ha rilevato l’uso di credenziali compromesse come vettore iniziale nel 22% delle violazioni analizzate. Nei log dei provider SSO studiati per la stessa ricerca, il credential stuffing rappresentava, nel caso mediano, il 19% dei tentativi giornalieri di autenticazione.Se una password rubata è pericolosa, una password rubata associata a privilegi amministrativi permanenti lo è molto di più.Indice degli argomenti