Le dimissioni di Marco Damilano dalla direzione de L’Espresso e la vendita della testata sono un fatto preoccupante per tutta l’informazione italiana. Un gesto di dignità di fronte ad una scelta di una proprietà che ancora una volta (era successo con la sostituzione di Verdelli) si mostra priva di stile, prepotente, forse infine del tutto inadatta al ruolo. Perché davvero non si capisce per quali motivi la società che fa capo al nipote di Gianni Agnelli abbia comprato il gruppo Repubblica-L’Espresso, per poi procedere il giorno dopo e senza indugio alla rottamazione dello stesso.
Come dimostrano le dismissioni di buona parte del patrimonio delle testate locali, i tagli e la riduzione dei giornalisti, i prepensionamenti forzati, infine la vendita di un pezzo del ‘900 italiano qual è appunto L’Espresso. Una linea scellerata, per usare le parole di Damilano che, al di là della malagrazia di comportamenti (di tutt’altra scuola era l’Avvocato), dimostra una assoluta impermeabilità a qualsiasi senso della storia delle (proprie) testate e la totale estraneità al mondo del giornalismo. Un mondo nel quale il non più giovane Elkann e i suoi sodali si muovono con la delicatezza di elefanti in una bottega di ceramiche pregiate.
