Quando scoppiò l’emergenza Covid alcune “anime belle” dichiararono che non bisognava ricorrere alla similitudine della guerra. Secondo costoro non si poteva dire che quella contro il virus era una guerra e che noi dovevamo comportarci come soldati di fronte a un nemico comune. “Anime belle”, appunto, persone che – stando al significato che Hegel attribuiva a quella espressione – mascheravano la cruda e oggettiva dinamica dei fatti con un idealismo astratto, con un riferimento a quel mondo delle idee del tutto avulso dalla realtà concreta. In genere, mi permetto di aggiungere, si tratta di individui col culo nel burro.

Peccato che rifiutarsi di nominare la parola “guerra” non impedisca in alcun modo il verificarsi della stessa. Lo abbiamo sempre constatato lungo il corso della storia – dove non c’è mai stato un decennio senza almeno un grande conflitto – e purtroppo ci troviamo a verificarlo anche oggi. L’istinto bellico è consustanziale alla natura umana. Se manifestare per la pace non ha mai impedito o fermato alcuna guerra, non essere preparati al conflitto bellico (mentalmente, culturalmente e militarmente) ha provocato morti e distruzioni presso quei popoli inclini all’illusione che bastasse infilare la testa sotto la sabbia. Un po’ come i bambini, che pensano sia sufficiente nascondere la testa sotto il cuscino per far sparire i mostri.