Giovanni Falcone diede una sua particolare interpretazione della mafia: «La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione».
Secondo il giudice ucciso nel 1992 nella strage di Capaci la mafia non esisterebbe in un ambiente in cui non ci sono le condizioni umane e sociali per il suo attecchimento e la sua proliferazione. Vero è che vivere in un ambiente in cui dominano regole e atteggiamenti di tipo mafioso senza rimanerne in qualche modo invischiati o diventarne vittime non è semplice. In situazioni come queste, inutile nasconderselo, serve coraggio, perseveranza e la capacità di essere in un certo modo atipici. Insomma, bisogna discostarsi dalla norma, dalle regole comuni o da uno schema generale.
È quello che ha fatto nella propria vita l’imprenditore siciliano Sebastiano Buglisi, autore assieme al giornalista Antonio Armano del volume L’antimafia dei fatti (Baldini+Castoldi, 2026, pp. 144, anche e-book). La copertina del libro






