Il petrolio venezuelano diventa americano. Almeno sulla carta. È stato lo stesso Trump ad annunciare l'intesa su Truth Social, con un messaggio dai toni trionfali, chiaramente destinati a calmare le proteste che lo attanagliano da mesi per i costi della benzina alle pompe. «Su mia indicazione - annuncia il presidente -, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in stretta collaborazione con la molto rispettata presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, e attraverso una partnership con il settore privato, hanno ottenuto il controllo maggioritario degli Stati Uniti su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela, senza alcun costo per i contribuenti americani». Trump ha parlato della «più grande intesa petrolifera della storia», che raddoppierebbe le riserve americane e comprenderebbe circa un quinto del patrimonio petrolifero del Venezuela.
L'architettura L'architettura dell'operazione è tuttavia ancora in parte ignota. Per ora si sa solo che Washington e un operatore privato, del quale non è stato rivelato il nome, costituirebbero una nuova joint venture. Caracas affiderebbe per cento anni alla nuova società il diritto di sviluppare e sfruttare 17 giacimenti. Il petrolio resterebbe formalmente venezuelano, ma gli Stati Uniti avrebbero il controllo effettivo sul 55 per cento del greggio estratto, grazie alla loro partecipazione nella società e al diritto di acquistarlo al costo di produzione anziché al prezzo di mercato. Una parte dell'estratto servirebbe a ricostituire la riserva strategica Usa e un'altra andrebbe alle Forze Armate. Per ora non si registrano reazioni ufficiali rilevanti da Cina, Russia o dai principali governi latinoamericani. In Italia l'Eni ha comunicato: «Stiamo lavorando con le controparti venezuelane e con tutte le Autorità coinvolte per contribuire al rilancio del settore energetico del Paese, a beneficio della sua popolazione e della sicurezza energetica internazionale».L'intesa arriva nove mesi dopo l'operazione militare americana che ha catturato Nicolás Maduro e lo ha trasferito negli Stati Uniti per rispondere di narcoterrorismo e traffico di droga. Rodríguez, diventata presidente ad interim, ha da allora rovesciato uno dei principi centrali del chavismo aprendo ai privati il settore petrolifero che Hugo Chávez aveva posto sotto il controllo dello Stato e oggi dice che l'accordo con Trump «avrà un impatto significativo sulla rinascita della nostra nazione».Per Caracas la posta in gioco è enorme. Il governo calcola che l'accordo possa attirare 100 miliardi di dollari di investimenti e produrre 209 miliardi di entrate fiscali. Il Venezuela possiede circa 303 miliardi di barili, il 17 per cento delle riserve mondiali, ma è in grado di estrarre soltanto 1,25 milioni di barili al giorno, poco più dell'un per cento della produzione globale.Trump guarda però soprattutto alle stazioni di rifornimento americane. La guerra con l'Iran dura da sei mesi, il traffico nello Stretto di Hormuz è fortemente rallentato e un gallone di benzina negli Usa ha superato la soglia psicologica dei 4 dollari contro i 3 di un anno fa. La Casa Bianca ha già attinto largamente alla riserva strategica, scesa in agosto sotto i 300 milioni di barili, oltre cento milioni in meno dall'inizio dell'anno. Alla vigilia delle elezioni di metà mandato, a novembre, quando si rinnova la Camera e un terzo del Senato, il presidente deve ridurre il costo.È qui però che la promessa incontra la geologia. Gran parte del petrolio venezuelano è extra pesante, denso quasi come catrame. Non basta aprire una valvola. Servono diluenti, impianti per trattarlo, oleodotti, elettricità affidabile, terminali e raffinerie adatte. La promessa A giorni, guarda caso, Trump incontrerà i vertici di almeno dieci aziende americane della raffinazione e della distribuzione di carburanti. Al centro del colloquio c'è proprio l'accesso al greggio venezuelano, e tra le società invitate figurerebbero anche Chevron e Valero, due importanti utilizzatrici di petrolio pesante proveniente dal Venezuela. Non è un mistero che rimettere in funzione l'industria ferma e arrugginita da anni richiederà decine di miliardi e un lungo tempo. Finora difatti, nei 9 mesi dal crollo di Maduro, Trump non è stato capace di convincere le grandi compagnie a tornare, e a dimenticare lo shock delle nazionalizzazioni, degli impianti sequestrati e dei capitali perduti. Ma secondo Landon Derentz, già consigliere per l'energia e la sicurezza nazionale nelle Amministrazioni Obama e Trump, l'intervento diretto e le garanzie del governo statunitense potrebbero drasticamente ridurre i rischi per le aziende, e allora «il mercato capirà che il Venezuela può tornare a essere un Paese in cui vale la pena fare affari». Esistono però anche ostacoli politici. Una concessione centennale che consegni a Washington il controllo effettivo di una parte così vasta del patrimonio nazionale potrebbe incontrare forti resistenze. Per ora Juan Pablo Guanipa, voce autorevole dell'opposizione, non boccia l'accordo e riconosce che il Venezuela «ha bisogno di investimenti stranieri per rilanciare il petrolio». Avverte però che senza elezioni libere, Stato di diritto e trasparenza, l'intesa sarà "un grattacielo costruito su fondamenta di fango".










