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Ruggiero Corcella

Un organo da donatore deceduto avvia una catena di scambi tra donatori viventi. In sei anni il programma DEC-K ha generato 84 trapianti con 34 catene. La professoressa Lucrezia Furian: «I risultati sono comparabili a quelli da donatore vivente»

Un rene da donatore deceduto, utilizzato come primo anello di una catena di donazioni da vivente, può moltiplicare le possibilità di trapianto. È il principio del programma italiano DEC-K (Deceased Donor–Initiated Kidney Paired Exchange), sviluppato a Padova e poi esteso alla rete nazionale. Ora uno studio multicentrico pubblicato sull’American Journal of Transplantation presenta i risultati a lungo termine dell’esperienza italiana: tra marzo 2018 e maggio 2025, 34 catene avviate da altrettanti reni di donatori deceduti hanno prodotto complessivamente 84 trapianti, in media 2,5 per catena. Nello stesso periodo il programma convenzionale di scambio incrociato ne ha consentiti 17. Ma il dato forse più importante riguarda gli esiti. Nei pazienti che hanno ricevuto il rene da donatore deceduto utilizzato per avviare la catena, la funzione renale nel tempo e la sopravvivenza del trapianto non sono risultate significativamente diverse rispetto ai riceventi di un rene da donatore vivente. Il programma apre così una strada per aumentare le possibilità di trapianto soprattutto per i pazienti difficili da abbinare, pur ponendo questioni di equità nell’allocazione degli organi che gli stessi autori sottolineano debbano essere attentamente monitorate.