Sessantacinque miliardi di barili non sono solo un numero: sono una dichiarazione di potenza. L’annuncio di Donald Trump su un’intesa con il Venezuela apre un fronte che va oltre il petrolio e tocca sovranità, sicurezza energetica e controllo geopolitico dell’emisfero occidentale.
Il messaggio è arrivato con il tono iperbolico che Donald Trump usa spesso quando vuole imporre una cornice narrativa prima ancora che emergano i dettagli. Ma al di là della formula — “il più grande accordo petrolifero della storia” — il punto politico ed economico è concreto: il presidente degli Stati Uniti ha annunciato il 28 agosto 2026 un’intesa con il Venezuela che, secondo la sua versione, assegna a Washington il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere provate. È una cifra enorme, che da sola vale più delle riserve petrolifere totali di molti grandi produttori e che, se confermata nei termini descritti, ridisegnerebbe i rapporti energetici nell’emisfero occidentale.
La prima cautela, però, riguarda proprio ciò che ancora non si sa. Finora non risulta pubblicato un testo integrale dell’accordo, né sono stati resi noti tutti i meccanismi giuridici, industriali e finanziari attraverso cui questo controllo verrebbe esercitato. Le informazioni disponibili convergono su alcuni punti: Trump attribuisce l’intesa al lavoro del segretario di Stato Marco Rubio, del segretario alla Difesa Pete Hegseth e della presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez; il governo venezuelano ha confermato la portata dell’operazione, parlando dello sviluppo di 17 giacimenti con un potenziale provato di 65 miliardi di barili; un funzionario statunitense citato da AP sostiene inoltre che l’accordo prevede la creazione di una nuova società privata in Venezuela, partecipata dagli Stati Uniti attraverso una partnership con un operatore non nominato.










