«Stiamo diventando carne da macello per lo sfogo delle frustrazioni di un contesto sociale in recessione socio-economica ma anche culturale». A parlare è Didier Tieoule, cofondatore dell’associazione Casa del Mondo nel quartiere della Bolognina. L’occasione è una giornata che per la prima volta ha riunito le realtà che in Italia si occupano di profilazione razziale.L’incontro, promosso alla Biblioteca Amilcar Cabral dal Progetto Yaya con la Goldsmiths University of London e il gruppo Liminal dell’Università di Bologna, ha portato nella stessa stanza rappresentanti delle istituzioni locali, giornalisti e organizzazioni di base. Il progetto nasce dall’associazione Cittadini del Mondo di Ferrara, in ricordo di Yaya Yafa, il 22enne originario della Guinea-Bissau morto nel 2021 al terzo giorno di lavoro all’Interporto di Bologna.La profilazione razziale in Italia entra nel dibattito pubblico quasi solo per via aneddotica. Un caso che fa notizia, come nel 2022 con il calciatore Bakayoko, bloccato e perquisito a Milano. Poi il clamore passa. Poco più di un mese dopo l’incontro, il 19 luglio, Abderrahim Fakir è morto al Pilastro mentre veniva immobilizzato a terra durante un intervento di polizia. Migliaia di persone hanno sfilato nel quartiere e i riflettori dei media nazionali si sono accesi per qualche giorno. Ma a giugno, quando le associazioni si erano riunite a pochi chilometri di distanza, in sala non c’erano telecamere.Nel resto d’Europa è diverso. In Francia i giovani di origine araba e africana hanno venti volte più probabilità di essere fermati rispetto ad altri gruppi maschili. In Italia questi numeri non esistono perché nessuno li raccoglie. Restano le indagini europee sulla percezione. Nel rapporto “Essere neri in Europa” dell’agenzia Ue per i diritti fondamentali (FRA) del 2018, tra gli afrodiscendenti fermati nei dodici mesi precedenti il 70 per cento riteneva che l’ultimo controllo fosse stato motivato da ragioni razziali, la quota più alta tra i Paesi esaminati. Nella seconda edizione del 2023 quasi la metà di chi era stato fermato nei cinque anni precedenti ha letto quel fermo come profilazione. L’Italia resta tra i Paesi con le percentuali più alte.«Il lavoro e la consapevolezza esistono», dice Alice Elliot, antropologa alla Goldsmiths e tra le persone fondatrici del progetto. «Quello che manca è un’organizzazione capillare dal basso e un movimento forte che responsabilizzi le istituzioni». Da una parte quel lavoro, dall’altra una classe politica che «non solo nega il fenomeno ma non si prende nessuna responsabilità».La negazione passa dal dato. Rahel Sereke, attivista e socia di Cambio Passo, individua in questo il nodo centrale: «La cosa che emerge è l’alibi della sicurezza». I dati sui fermi esistono, ma servono a celebrare l’azione delle forze dell’ordine, non a chiedersi chi viene fermato. Il dossier di Ferragosto del Viminale lo conferma. Nelle zone rosse, istituite a fine 2024 e oggi attive in 35 province, sono state controllate 2.336.902 persone fino al 30 giugno scorso, il 44,1% straniere. Un anno fa erano 928.491. Gli allontanati sono 12.876, quasi tre su quattro non italiani, e la sproporzione non viene spiegata. «Il dato sulla percentuale degli stranieri è sballato, perché alcune persone vengono fermate più volte: quella popolazione non è varia, è sempre la stessa».Per Sereke il problema è più ampio. «Alcuni dispositivi di sicurezza ricadono su interi tipi di popolazione», spiega. «Se decidi in base a valutazioni del tutto discrezionali chi è libero o non è libero di fare determinate cose, inizi a vivere in uno Stato di polizia, non in uno Stato democratico».Misurare il fenomeno è l’obiettivo di Allerta Rossa, che sta lavorando a un sistema di raccolta dati sui controlli ispirato al modello inglese. L’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, ha promosso azioni legali contro le zone rosse a Napoli, Milano, Roma, Bologna e Firenze.Sul Regno Unito interviene Angelo Boccato, giornalista italo-dominicano di base a Londra, autore del saggio “L’ombra lunga dell’impero” (Altreconomia). Uno studio commissionato dal sindaco Sadiq Khan ha rilevato che una persona nera ha quattro volte più probabilità di essere fermata rispetto a una bianca. «In Italia è più difficile, perché non raccogliamo dati etnici», dice Boccato. «Ma la profilazione è qualcosa che plausibilmente tutte le persone di discendenza straniera hanno sperimentato prima o poi».Per Kwanza Musi Dos Santos, cofondatrice di Questa è Roma, l’incontro ha superato le aspettative: «Credo che sia dovuto anche al momento di estrema crisi politica che stiamo vivendo in Italia e nel mondo. Uno dei fattori che ha spinto fuori comunità e soggettività che di solito non si esponevano». A Bologna ha parlato di profilazione con persone cinesi, rom e sinte: una novità anche per lei. «Ritengo che questo possa essere il punto di svolta per creare un movimento capace di collaborare senza sacrificare le diverse specificità e sensibilità».Il nodo rimane quello dei dati. Il sesto rapporto Ecri del Consiglio d’Europa dell’ottobre 2024 ricorda che le autorità italiane «non raccolgono dati adeguatamente disaggregati sulle attività di fermo e di controllo della polizia» e «non considerano la profilazione razziale come una forma di potenziale razzismo istituzionale». Un’istituzione internazionale dice quello che le associazioni ripetono da anni. La domanda è quando qualcuno, in Italia, deciderà di ascoltarle.
Se sei arabo o nero ti fermo due volte. Perché la profilazione razziale colpisce chi è di origine straniera
I dati sulle persone controllate nelle zone rosse non tornano. La denuncia degli attivisti. Confermata dall’Unione europea







