Sensori industriali, telecamere, contatori intelligenti, apparati medicali e sistemi per la gestione degli edifici sono spesso progettati per lavorare per anni, con capacità di elaborazione limitate e procedure di aggiornamento poco trasparenti. Una combinazione che rende l’Internet of Things uno dei punti più difficili da governare per CIO e CISO. Il modello zero trust permette di ridurre l’esposizione, a condizione di adattarlo ai vincoli operativi dell’IoT e di non considerarlo un prodotto da installare.In Italia sono attivi 175 milioni di oggetti connessi, circa tre per abitante. Il mercato IoT ha raggiunto nel 2025 un valore di 10,9 miliardi di euro, in crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Il 71% delle grandi aziende manifatturiere e il 59% di quelle medie hanno già avviato almeno un progetto Industrial IoT. Utility, auto connesse, smart building e fabbriche concentrano una parte consistente degli investimenti, secondo l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano.La stessa espansione moltiplica gli oggetti da censire, configurare, aggiornare e sorvegliare. Ogni dispositivo introduce software, credenziali, protocolli e dipendenze da servizi esterni. Compromettere un sensore può alterare un dato, mentre prendere il controllo di un attuatore può incidere sulla produzione, sulla sicurezza di un impianto o sulla continuità di un servizio.È su questa superficie frammentata che lo zero trust trova una delle applicazioni più concrete. La domanda da porre a ogni connessione cambia: invece di presumere affidabile un dispositivo perché si trova nella rete aziendale, occorre verificarne identità, stato e comportamento, concedendogli soltanto le comunicazioni necessarie alla funzione assegnata.Indice degli argomenti