HomeFermoCronacaLa casa museo Joyce Lussu cerca un futuroSi aspetta chi, acquistandola, continui ad abitarla e tutelarla. Associazioni pronte a scendere in campo, ma serve un finanziatoreAttivisti in visita alla casa museo di Joyce LussuRicevi le notizie de il Resto del Carlino su GoogleSeguiciLe case di chi scrive sono doppie: una è reale, l’altra narrata. In questa fine di agosto ho potuto visitare la doppia casa di Joyce Lussu, costruita dai suoi avi paterni, i Salvadori, nell’Ottocento, lungo il Tenna, a un paio di chilometri dalla foce del fiume, tra Porto Sant’Elpidio e Porto San Giorgio, nella frazione Capodarco di Fermo, sulla strada Paludi. Entrato nella villa, mi è subito venuto incontro il fantasma di Mustafà, uno dei personaggi più icastici del libro "L’uomo che voleva nascere donna", capolavoro autobiografico della scrittrice, pubblicato per la prima volta nel 1978 e ristampato di recente da Malamente. Ricostruendo la sua infanzia, la grande autrice ricorda le sue estati marchigiane, quando i suoi genitori, Guglielmo Salvadori e Giacinta Galletti, entrambi antifascisti, pur dissentendo dagli orientamenti padronali degli avi paterni, attenuavano il dissenso per consentire ai tre figli, tra cui Joyce, di farsi "un mese di mare nella villa avita, mangiando molto meglio di quanto non potessimo fare a casa nostra", racconta la scrittrice. Tra i servitori del nonno, c’era Mustafà, il garzone di stalla a cui quel soprannome esotico era stato affibbiato durante la guerra libica del 1911. A lui spettava "stramare la stalla e strigliare i cavalli", almeno fino a quando si mise a capo di una squadraccia fascista, finanziata dal nonno di Joyce e altri possidenti, per sedare le rivolte socialiste della zona, ottenendo in cambio una promozione: realizzò così il suo sogno di diventare autista del padrone. Per questo Joyce, che una volta adulta sarebbe diventata una partigiana, capitano delle brigate Giustizia e Libertà, odiava "lo squadrista Mustafà, lo sbirro privato dei padroni, con la frusta e il manganello." L’attenzione infantile della scrittrice per questo prototipo dell’italiano medio, conformista, violento e patriarcale, non è dovuta solo a motivi politici, ma anche alla passione di Joyce per i cavalli, per cui le "capitava di essere esclusa dalla tavolata familiare perché puzzavo di stalla e offendevo le delicate narici delle zie. Allora tornavo dai cavalli, a sgranocchiare insieme a loro le fave secche del cassone delle biade", racconta. Nella casa doppia di Joyce questa passione traspare nelle selle che si trovano ancora appoggiate ai muri, all’interno della villa, negli ambienti lasciati pressappoco com’erano trent’anni fa, quando, nel 1998, l’autrice morì. Siamo al pian terreno e il fantasma di Joyce ci invita ad ammirare la locandina di un’iniziativa durante la quale presentò "Il libro Perogno. Su donne, streghe e sibille", pubblicato nel 1982, al culmine di uno studio antropologico sulla figura della sibilla, proseguito fino al 1990, quando uscì per Transeuropa "Il Libro delle Streghe", oggi distribuito da Nda Press. Nel salone, tra la grande stufa e un divano letto, ci sono tante comode sedute su cui la scrittrice e i suoi familiari hanno accolto e continuano ad accogliere i visitatori. La chiave di casa era sempre sulla toppa e negli anni Novanta la usò spesso Silvia Ballestra, che da quelle conversazioni e dalle carte di Joyce ha tratto ispirazione per la sua recente biografia dedicata alla grande scrittrice, "La Sibilla". Anche per chi non avesse letto i suoi libri, lo spirito di questa donna sapiente, degna erede della leggendaria profetessa, emana ancora dalle librerie disseminate nei due piani superiori, dove si apre una luminosa veranda, piena anch’essa di comode sedie per dialogare. Perché questo bene non vada in malora, la Casa Museo Joyce Salvadori Lussu, com’è indicata su Google Maps, cerca chi, acquistandola, continui ad abitarla.