La crisi dell’ex Ilva di Taranto finisce di nuovo al centro di un’inchiesta della procura di Milano. Bancarotta fraudolenta è l’accusa ipotizzata dai pm che hanno già iscritto nel registro degli indagati Lucia Morselli, ex presidente e amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia e poi di Acciaierie d’Italia, quando è entrata nella compagine societaria Invitalia, braccio operativo del Ministero dell’Economia.

Come nasce il fascicolo Sono stati i commissari straordinari a presentare, a giugno, una relazione alla procura che ha dato il via al fascicolo. Nel testo si punta il dito contro il management, accusato di una serie di ipotesi distrattive e falsi in bilancio, con l’unico obiettivo - secondo la ricostruzione tutta da accertare - di indebolire il gruppo siderurgico a favore della multinazionale franco-indiana. La segnalazione alla procura è arrivata in seguito all’azione di responsabilità civile che, a gennaio, gli stessi commissari hanno avviato davanti alla sezione specializzata Imprese del Tribunale di Milano con una richiesta di risarcimento dei danni da 7 miliardi di euro contro ArcelorMittal. «Lucia Morselli è una persona integra che si è messa al servizio di questa azienda e ha sempre lavorato per il suo bene. Proprio per questo siamo intenzionati a intrattenere una interlocuzione attiva con i magistrati per consentire una ricostruzione corretta della vicenda da cui, siamo certi, emergerà la sua completa innocenza», dichiara l’avvocato Giuseppe Iannaccone che assiste la attuale presidente di Pininfarina con il collega Daniele Ripamonti. La posizione di Morselli I commissari straordinari, assistiti dall’avvocato Andrea Zoppini, sono già stati ricevuti dal procuratore Marcello Viola prima dell’apertura delle nuove indagini coordinate dal procuratore aggiunto Roberto Pellicano e dal sostituto Luigi Luzi. Quel che denunciano è oggetto della causa civile in cui Morselli, citata assieme ad altri amministratori e ad ArcelorMittal, è pronta a costituirsi. L’udienza è fissata il 30 novembre. Al centro delle contestazioni ci sarebbero le presunte scelte gestionali che avrebbero fatto precipitare la situazione economica e patrimoniale dell’azienda fino alla dichiarazione di insolvenza. Una strategia per i commissari «unitaria, consapevole e protratta nel tempo» che avrebbe impoverito gli impianti e la capacità produttiva dell’azienda italiana a favore delle altre acciaierie del gruppo. In pratica, nell’ottica dei commissari, l’unico obiettivo di ArcelorMittal sarebbe stato quello di azzoppare il competitor italiano. La contestazione di bancarotta non è una novità per l’Ilva di Taranto. Già la famiglia Riva, che ha gestito dal 1992 al 2015 il gruppo siderurgico, era finita a processo dopo la crisi della società Riva Fire che la controllava. Nicola Riva aveva patteggiato una pena a 3 anni mentre il fratello Fabio aveva incassato una doppia assoluzione dalla stessa accusa. La procura di Milano era tornata a occuparsi dell’acciaieria nel 2019, quando il gruppo franco-indiano ha trascinato in una causa civile i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, a cui chiedeva di sciogliere il contratto d’affitto sulla gestione degli impianti. Così la procura si era costituita nel procedimento civile e aveva aperto un nuovo fascicolo di indagine. Le accuse ipotizzate erano di false comunicazioni al mercato e di distrazione di beni dai magazzini dei siti siderurgici. Un’inchiesta che però si è poi conclusa con un’archiviazione.