Silvia, il tuo post di addio a Rai Scuola è diventato un vero caso culturale, totalizzando in pochissimi giorni oltre un milione di visualizzazioni e innescando una petizione che viaggia verso il traguardo morale delle 50.000 firme. Ti aspettavi una mobilitazione del genere per un canale che i vertici aziendali consideravano ormai sacrificabile?

Assolutamente no, è stato un moto di attenzione popolare del tutto inatteso e sorprendente. Rai Scuola, sul canale 57 del digitale terrestre, faceva ascolti modesti, nell’ordine di poche decine di migliaia di spettatori al giorno. Ma c’è una verità scomoda che la Rai finge di non vedere: negli ultimi due o tre anni il canale è stato letteralmente svuotato dall’interno. Non ci sono quasi più state nuove produzioni, andavano in onda quasi esclusivamente repliche. Io stessa, se accendo la televisione e vedo per la decima volta lo stesso documentario di Jim Al-Khalili che conosco a memoria, cambio canale. Il fatto che ci fossero ancora decine di migliaia di fedelissimi è un vero miracolo dopo anni di totale abbandono produttivo. Quando ho pubblicato quella foto di congedo, in cui io e i colleghi sorridiamo brindando con una birra per salutarci, pensavo di chiudere un capitolo già morto da tempo. Invece si è scatenata un’ondata di affetto travolgente che dimostra come il pubblico creda ancora in quel modello e nella nostra credibilità. È il segno che dobbiamo alzare la testa e fare questa battaglia ora che il ferro è caldo.