Con i suoi cinque miliardi e mezzo in buona parte già spesi senza che i cantieri siano chiusi a 19 anni dalla posa della prima pietra, il sistema Mose è nel mirino della Corte dei Conti. È un osservato speciale a causa dei ritardi, delle criticità e della mancata manutenzione, tutti elementi che – miscelati con gli scandali, un eccesso di burocrazia e l’inconcludenza realizzativa – ne fanno la più grande delle incompiute, nonostante la nomina di commissari che avrebbero dovuto velocizzarne la conclusione.

Il severo richiamo è venuto, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario dei giudici contabili veneti. “La Procura sta indagando su possibili inerzie derivanti dalla mancata manutenzione del Mose. Ci sono procedimenti aperti per verificare possibili illiceità contabili che hanno portato al mancato completamento dei lavori” ha detto il procuratore regionale Ugo Montella. Ha spiegato che l’analisi della regolarità dell’intervento per le dighe mobili che dovrebbero salvare Venezia dall’acqua alta può contare sulla collaborazione “delle diverse anime della Corte”, ovvero la sezione di controllo e quella giurisdizionale. La prima, ha spiegato il procuratore, “sta monitorando la situazione anno per anno, ma è un lavoro molto complesso, con responsabilità diffuse a molteplici livelli”.