«È chiaro che con Donald Trump ho creduto che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza sull'immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate in maniera diversa». Lo ha detto Giorgia Meloni in questo caldo agosto 2026, nel corso di una intervista rilasciata al New York Times a qualche mese dalla prossima impellente tornata elettorale, vero banco di prova sul gradimento suscitato in concreto da questa maggioranza di governo. Meglio tardi che mai, dunque, ma come ogni buona presa di coscienza, alle parole dovrebbero conseguire fatti concreti. E’ passato del tempo da quel «non condivido né condanno», e neppure ha condannato mai in questi anni l’agire di Netanyahu. Ma bisogna riposizionarsi (se si consente l’uso dell’espressione) e cominciare ad allontanarsi da un alleato, o ritenuto ostinatamente tale, che più che offrire certezze semina anche in Italia paure e diffidenza. Giorgia Meloni lo ha capito bene. Probabilmente avrebbe dovuto capirlo subito perché la sola convergenza su immigrazione e cultura woke non è poi così determinante e men che meno pregnante se non è accompagnata da una visione economica comune improntata alla crescita condivisa.
Checché se ne voglia dire, in Italia “il piatto piange” tra caro benzina, inflazione che sale, soldi del (tanto criticato) PNRR che non ci sono più e non consentono di fare promesse. Le famiglie affrontano con difficoltà rincari sul carrello della spesa e sui costi energetici, con misure di contenimento insufficienti a far fronte alla quotidianità. Il Governo Meloni è nato dalle “macerie” della fine condizionata del Governo più tecnico della storia: quello appunto di cosiddetta “unità nazionale”, con l’ambizione di offrire una chiara discontinuità rispetto allo stesso.










