La notizia non è solo quello che dice, ma anche a chi. Perché se è vero che Giorgia Meloni non tornava sul suo rapporto con Donald Trump da inizio luglio (al vertice Nato di Ankara si limitò a un freddo «relazioni cordiali»), non c’è dubbio che la scelta di farlo in un colloquio che fa da filo conduttore ad un ampio reportage dall’Italia del New York Times è piuttosto inaspettata. Ovviamente, non certo per l’indiscussa autorevolezza della testata (fondata nel 1851, è quella che ha vinto il maggior numero di premi Pulizer nella storia del giornalismo). Quanto perché il quotidiano liberal newyorkese è uno dei principali bersagli di Trump nella sua campagna propagandistica contro quei media che non sono acriticamente schierati con lui. Non sono pochi, dalla Cnn al Wall Street Journal, passando per Abc News, Cbs e Associated Press. Ma il New York Times è uno di quelli in cima alla lista nera della Casa Bianca, tanto che l’ex tycoon non si è limitato solo a definirlo «carta straccia» e autore di «fake news», ma ha pure dato il via a una vera e propria offensiva giudiziaria: a settembre 2025 ha depositato una colossale causa civile chiedendo un risarcimento da 15 miliardi di dollari per diffamazione e calunnia, mentre solo un mese fa - dopo lo scoop sulle vulnerabilità del nuovo Air Force One - il Dipartimento di giustizia ha sequestrato i tabulati telefonici di alcuni giornalisti e gli ha inviato mandati di comparizione davanti al Gran giurì per costringere i reporter investigativi del New York Times a rivelare le loro fonti riservate.Inevitabile, quindi, che la scelta di tornare dopo quasi due mesi sulle tensioni con Trump e di farlo con una testata americana liberal e che lui detesta profondamente sia una circostanza non secondaria. Una decisione che potrebbe essere dettata dalla volontà di «parlare» al deep state americano, non tanto quello democratico quanto a quello repubblicano non aprioristicamente schiacciato sul trumpismo (oltre che ai partner europei). Una scelta che però è certamente rischiosa, perché l’inquilino della Casa Bianca è imprevedibile e nella sua ormai conclamata instabilità potrebbe decidere per ritorsione di dare nuovamente fuoco alle polveri e piazzare un altro affondo come quello di giugno scorso, quando dopo il G7 di Evian l’ex tycoon ironizzò sul fatto che Meloni lo avrebbe «implorato» per fare una foto insieme, scatenando la durissima reazione via social della premier («l’Italia non implora nessuno»).Nel lunghissimo reportage firmato dal capo dell’ufficio di corrispondenza di Parigi Roger Cohen (l’intervista sarebbe stata concordata a fine giugno ad Antibes, durante il vertice intergovernativo tra Italia e Francia), Meloni riprende dunque le fila dello scontro con Trump. E ammette che sì, non si aspettava un rapporto così complesso, soprattutto dopo essere stata l’unica leader europea che il 20 gennaio 2025 era a Washington per l’Inauguration day (la cerimonia d’insediamento del nuovo presidente) e visto il solido rapporto che ormai da molti anni caratterizza le quasi quotidiane interlocuzioni tra i conservatori di Ecr e il mondo Maga. «È evidente - dice - che con Donald Trump pensavo le cose sarebbero state più semplici, vista anche la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke». Invece, è «andata diversamente».Una presa d’atto che per quanto banale e scontata, certifica pubblicamente una distanza sulla quale fino ad oggi la premier aveva preferito non insistere. Un modo, forse, per provare a normalizzare un rapporto destinato a restare un ottovolante di alti e bassi. E che - con la perenne volatilità di Trump alla Casa Bianca e alla guida del Gop - difficilmente potrà tornare disteso come un tempo. «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante», ribadisce la premier. Ma, aggiunge, «non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali». «Vi sentirete almeno dopo la pausa estiva?», chiede il giornalista del New York Times. Meloni prima esita. Poi taglia corto: «Beh, vedremo».