La porta si chiude. Il proprietario non torna. Il cane diventa invisibile. Succede quando la Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia federale americana che si occupa di sicurezza delle frontiere e immigrazione, preleva un migrante irregolare destinato alla detenzione o alla deportazione. Per chi viene portato via nel corso dei raid, inaugurati da Donald Trump subito dopo il suo secondo insediamento, comincia un iter fatto di agenti, celle, avvocati, tribunali e voli forzati verso il proprio Paese d’origine o verso mete terze. Per il cane, invece, non comincia nulla. Resta semplicemente lì. In casa, in giardino, legato a una catena o destinato a una vita randagia. Aspetta, invano, che qualcuno torni a riempire la ciotola. A volte si lascia sopraffare dal dolore, altre si avventura alla ricerca del padrone. Comunque vada, è lui la vittima invisibile.
Alcuni li chiamano “effetti collaterali” delle politiche “law & order” del tycoon. Per altri sono tragedie silenziose e sempre più frequenti, fino a diventare una vera emergenza. Lo raccontano le tante storie, segnalazioni e denunce che circolano in rete. Il sito “Medium.com” racconta, ad esempio, il caso di due cani rimasti in un appartamento dopo la deportazione del loro proprietario. A chiamare i soccorsi non è stata l’Ice, ma il responsabile del complesso residenziale, che se ne è accorto circa una settimana dopo l’arresto. Quando sono arrivati i soccorritori, i due animali erano terrorizzati.






