America First. Ma fino a un certo punto. Il presidente americano Donald Trump firma un memorandum che autorizza appaltatori esteri a costruire unità della Marina militare e scoppiano le polemiche. L’obiettivo per il capo della Casa Bianca è duplice: accelerare la produzione e smaltire le attività arretrate, in un periodo che vede gli Stati Uniti impegnati in una crisi delicata come quella con l’Iran e il controllo dello Stretto di Hormuz. Ma l’iniziativa del tycoon non piace a tutti: ci sono proteste bipartisan e da parte di Shipbuilders Council of America, l’organizzazione che tutela e promuove i cantieri navali americani.

Rebuilding the United States Navy and America’s shipbuilding industrial base. Così si intitola l’iniziativa presidenziale che tratta una serie di temi, tra cui l’avvio di un quinto cantiere per la manutenzione di sottomarini e portaerei e la sostituzione delle rampe di lancio elettromagnetiche nelle portaerei classe Ford con quelle a vapore e idrauliche.

Ma è il tema dei cantieri affidati a compagnie non americane a suscitare perplessità. Al primo punto si legge: “La Marina degli Stati Uniti ha subito una serie di battute d’arresto nella costruzione navale derivanti da progetti eccessivamente complessi e da procedure iterative di modifica del progetto che hanno comportato un aumento dei costi, ritardi e cancellazioni. La mancanza di capacità e di concorrenza tra i cantieri navali ha determinato un ingente accumulo di ordini in sei importanti programmi di costruzione navale della Marina e un settore della costruzione navale commerciale non competitivo a livello globale. Una base industriale cantieristica atrofizzata, unita a una base di fornitori limitrofi ridotta, ha amplificato i ritardi e aumentato i costi”.