Giorgia Meloni, prima del suo arrivo ieri per l’inaugurazione della XX edizione dei Giochi del Mediterraneo, ha inviato una lettera al prefetto di Taranto annunciando la convocazione di un tavolo a settembre: “Garantisco che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo obiettivo di rilievo nazionale”, ha scritto. “Importante capacità produttiva”, quanta? Sei milioni come autorizzato? Uno come adesso? Otto come da break even point? Zero come imposto dal tribunale di Milano? Area a caldo? Altoforno o forno elettrico? O solo laminato? Insomma la dichiarazione di Meloni sembra più un messaggio distensivo per evitare manifestazioni di protesta durante la cerimonia che un vero indirizzo politico industriale. Del resto sono lontani i tempi quando l’allora premier Matteo Renzi veniva a Taranto salvando Ilva dalla morsa giudiziaria e populista, istituiva il Cis con due miliardi per dare un nuovo volto alla città, inaugurava il più grande museo della Magna Grecia, ma veniva contestato da sindacati e associazioni. Ora tutti ad applaudire. Perché Ilva è definitivamente morta. Con buona pace di tutti. Persino degli industriali che fino a oggi la difendevano. “Anche la soluzione proposta dai 14 acciaieri italiani non è una cordata per salvare Ilva, ma solo i suoi laminatoi” ci dice il professor Carlo Mapelli, massimo esperto di siderurgia in Italia. Ilva non produrrà più acciaio ma lo trasformerà, diventando un centro servizi. Del resto come ci spiega Mapelli ormai la capacità produttiva fornita da Ilva è stata rimpiazzata senza tracolli. Da mesi il siderurgico di Taranto è in sotto produzione, ma il sistema Italia non ne ha risentito. Del tutto pleonastico dunque parlare di un nuovo forno elettrico. E’ bene ricordare che Federacciai qualche mese fa si era opposta al contributo pubblico per il forno elettrico di Metinvest a Piombino. Mentre ora lo richiede per Taranto. Anche se mai lo farà. Perché, come spiega Mapelli, corrisponde a una mole di investimenti proibitivi. Innanzitutto bisognerebbe prima bonificare tutto ciò che c’è, abbattendo i 4 altoforni esistenti. Quello che sta realizzando Hyundai Steel in Luisiana per 2,7 milioni di tonnellate è costato quasi sei miliardi. Per 1.700 occupati. Vale la pena farlo a Taranto? Quel treno è perso, anzi lo si è voluto perdere. All’epoca c’era come segretario della Fim-Cisl Marco Bentivogli, che combattè duramente per evitare questa fine. “Aver messo insieme i siderurgici italiani è un grande risultato di Federacciai – ci dice – ma restano domande a cui nessuno vuole rispondere. E’ vero, la politica dovrebbe offrire un quadro di garanzie ma la mini Ilva senza area a caldo non è realismo, è il rinvio di un problema che resta. Il forno elettrico è un’eccellenza italiana ma non copre tutte le produzioni, e l’acciaio che non facciamo lo compreremo da altri. I laminatoi andrebbero alimentati con bramme recuperate in giro per il mondo, e nel piano Jindal dall’Oman. Ma la domanda vale anche per la cordata nazionale: da dove arriveranno le sue bramme, visto peraltro che le aree di approvvigionamento sono sempre più instabili? Chiamiamo transizione quella che è una delocalizzazione a monte: le emissioni restano nel mondo, il valore se ne va da qui. Il ciclo integrale compatibile con la salute è oggi tecnologicamente possibile, ma serve un piano europeo di dieci anni, non un altro tavolo”.Stefano Firpo di Assonime spiega: “La vicenda Ilva è paradigmatica perché è lo specchio di tutta l’incapacità del nostro sistema paese di lavorare nel trovare soluzioni strategiche a problemi industriali. Un ambientalismo ideologico, una magistratura interventista, una politica incapace di leggere e governare i processi di trasformazione, un sindacato opportunista, enti locali a traino del populismo hanno tutti contribuito alla situazione attuale”. Aggiunge: “Il governo ha completamente sottostimato (ammesso che ne avesse contezza) la causa al tribunale di Milano. E quando è arrivata la sentenza si è trovato impreparato. Ora deve scegliere fra la cordata italiana e l’offerta di Jindal. Tutelare la filiera italiana dell’acciaio interessata alle attività ancora salvabili e redditizie, socializzando tutti i costi ambientali, occupazionali ed economici della chiusura dell’area a caldo con la complessa gestione di una Bagnoli al cubo, oppure costruire con il gruppo indiano una filiera che grazie all’accesso al gas in Oman può tornare a rendere competitiva la produzione di acciaio primario a Taranto (magistratura permettendo). Dopo anni in cui si è tergiversato è giunto il tempo di scegliere”.