La sconcertante vicenda del finto attentato contro Sigfrido Ranucci si è arricchita di un post, pubblicato dalla non-vittima, intitolato “La voce che spaventa”, che sta attirando un profluvio di commenti. Per il momento, tutti negativi, mentre coloro che nel tempo hanno sostenuto Ranucci e lo difendono anche in questi giorni restano silenti in merito al post, almeno per adesso. Le critiche si concentrano sull’implicito accostamento tra “La voce che spaventa” oggi e una serie di nobili figure del passato, morte assassinate: Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Comprensibilmente, si va dall’indignazione al dileggio nei confronti dell’autore, tacciato di megalomania.
La replica di Ranucci, il quale ha detto che il post è solo un frammento di un libro che sta scrivendo, rivela che non si è trattato di un’inconsulta reazione a caldo in un momento difficile, bensì di frasi meditate, il che però è peggio. Vale la pena, quindi, di fare attenzione anche agli aspetti del post che riguardano non soltanto le odierne vicissitudini del suo autore, bensì anche gli episodi importanti e tragici accaduti nel 1978 (omicidio Moro), 1980 (omicidio Mattarella) e 1992 (omicidi Falcone e Borsellino), che, a detta di Ranucci, sarebbero legati tutti e quattro da un filo unico. Ranucci ritiene che «la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».







