La crisi economica della Bolivia, nazione ricca di idrocarburi e risorse naturali ma profondamente divisa a livello politico e sociale, sta costringendo l’esecutivo conservatore del Presidente Rodrigo Paz ad assumere scelte controverse. Il governo ha varato un decreto legge, che dovrà essere approvato dal Parlamento boliviano, per liberalizzare l’economia del Paese, aprire agli investimenti esteri e ridurre la discrezionalità con cui le autorità possono ricorrere alle espropriazioni.

Si tratta di una rivoluzione copernicana in una nazione che, prima della vittoria del centrodestra alle elezioni del 2025, era stata governata per quasi vent’anni dal Movimento al Socialismo (MAS), una formazione di sinistra radicale guidata dal 2006 al 2019 dall’ex Capo di Stato Evo Morales ed in seguito dal successore Luis Arce. Il successo di Paz si inserisce in una serie di vittorie elettorali, come quelle in Argentina, Colombia e Cile, dei partiti conservatori moderati od estremisti in America Latina nel corso degli ultimi anni. Paz, che è riuscito ad imporsi alle elezioni presidenziali grazie alla frattura del fronte progressista dilaniato dalla contrapposizione tra Morales ed Arce, si è riavvicinato agli Stati Uniti, con cui ha stretto buone relazioni ed ha implementato una serie di controverse riforme con l’obiettivo di ridare stabilità economica al Paese. Tra queste ci sono l’eliminazione delle politiche assistenzialiste, come i sussidi per il carburante, una marcata riduzione della spesa pubblica e la ricerca di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale per garantire nuova liquidità alle casse statali.