La pesca continua, stavolta per i pesci molto grossi: i droni russi. L’idea di riciclare le reti da pesca dismesse per proteggere le città e le strade ucraine, venuta a un gruppo di pescatori bretoni, ora è una campagna che coinvolge mezza Europa, dalla Svezia all’Italia. Dai Paesi Bassi sono arrivate ottomila tonnellate reti dalla ong Life Guardians, la Danimarca ne ha inviate 500 tonnellate, e la Federpesca italiana ha appena avviato una nuova raccolta di reti da pesca a Mazara del Vallo, da aggiungere a quelle già inviate in Ucraina nei mesi scorsi fa Fiumicino e Civitavecchia. Si tratta di reti robuste e lunghe, per la pesca d’altura, fatte di nylon pesante e crine di cavallo: non reggono più di un paio d’anni di utilizzo in mare, ma possono funzionare ancora a lungo all’aria aperta, e vengono inviate in Ucraina come protezione dai droni. Soprattutto nelle città a ridosso della linea del fronte, come Kherson e Kramatorsk, dove i droni russi volano a sciame tutti i giorni, le reti vengono stese per chilometri e chilometri sopra le principali strade. I droni si impigliano nelle maglie, che ne attutiscono anche l’eventuale caduta: «Non avete idea di quante vite umane avete salvato», ha detto Volodymyr Zelensky ai quattro pescatori di Brest, che ha voluto incontrare durante una visita a Parigi per ringraziarli della loro iniziativa Kernic Solidarités. Una di quelle idee semplici e geniali, perché lo smaltimento delle reti da pesca è in realtà un problema ambientale, e “riciclarle” per salvare vite in Ucraina sembra una di quelle soluzioni fatte per catturare due piccioni, anzi, due droni con una fava. Una soluzione simile è venuta in mente anche ai vigili del fuoco australiani, che – rispondendo anche a un debito di gratitudine con i colleghi ucraini che ancora prima dell’invasione li avevano aiutati a combattere i roghi boschivi della Black Summer del 2020 – hanno inviato attrezzature dismesse, tra cui mezzi antincendio e pompe. Negli Stati Uniti, a organizzare gli aiuti è stato un vigile del fuoco di San Francisco, al quale è venuto in mente di inviare attrezzature – dalle tute ignifughe ai caschi e ai tubi – che non erano più a norma, ma perfettamente funzionanti. La stessa idea è stata ripresa dai vigili del fuoco volontari delle valli del Trentino, che hanno rigenerato i mezzi ormai fuori servizio della propria flotta e li hanno guidati fino al confine con l’Ucraina.