Ieri Fidel Castro avrebbe compiuto cento anni. A L’Avana hanno celebrato il mito, la resistenza all’imperialismo, tutto, persino la barba, alla presenza di delegazioni della sinistra mondiale, con in prima fila Landini e i comunisti di casa nostra, in pellegrinaggio agostano d’ordinanza. Il brasiliano Lula ha fatto gli auguri al fratellino 95enne Raúl Castro, ancora tra noi. Per Il Giornale, tuttavia, è l’occasione perfetta non per fare l’ennesima agiografia del Líder Máximo, ma per ricordare il contrasto tra il rivoluzionario austero che predicava sacrificio e uguaglianza e l’uomo che costruì un potere personale fatto di ville, yacht, personale di servizio e relazioni discrete con migliaia di donne, tutte bianche e di ambienti diplomatici, politici e dell’élite internazionale.Castro ebbe due matrimoni ufficiali. Il primo con Mirta Díaz-Balart, giovane di buona famiglia legata al mondo del dittatore Fulgencio Batista, da cui nacque Fidelito; il secondo, a lungo tenuto nascosto, con Dalia Soto del Valle, insegnante conosciuta durante le campagne di alfabetizzazione, madre di cinque figli, tutti con nomi che iniziano per A (Alexis, Alex, Alejandro, Antonio, Ángel), in omaggio ad Alessandro Magno. Accanto a loro, relazioni documentate a iosa. Naty Revuelta, bella e di alta società, da cui nacque Alina Fernández (la figlia che fuggì e non lo chiamò mai «papà»), Celia Sánchez, compagna di guerriglia, segretaria e confidente per quasi trent’anni, Juanita Vera, interprete inglese e ufficiale dell’intelligence. E poi una lunghissima sfilza di interpreti, hostess e figure dell’entourage. Biografie e racconti di chi gli fu vicino parlano di una vita sentimentale degna di Casanova, di figli riconosciuti e non, anche se il dato delle 35mila amanti, nato dalle dichiarazioni di un ex funzionario, è solo gossip, pur inquadrando qualcosa di interessante.Come poteva il campione della rivoluzione proletaria vivere circondato da comfort mentre milioni di cubani erano chiamati a sacrificarsi in nome dell’uguaglianza? Le testimonianze più precise arrivano da Juan Reinaldo Sánchez, sua guardia del corpo per 17 anni, che nel libro La doppia vita di Fidel Castro descrive un leader che ufficialmente guadagnava pochi pesos e viveva i«n «una capanna da pescatore», ma che in realtà disponeva di una ventina di proprietà, tra cui l’immensa tenuta di Punto Cero a Siboney, con alberi da frutto, campo da basket privato dove non perdeva mai e mucche numerate per il latte fresco, l’isola privata di Cayo Piedra, raggiungibile con lo yacht Aquarama II, fatto di legni pregiati angolani e con motori regalo di Brenev, chalet di caccia e persino una marina privata. Mentre i cubani facevano la fila con la tessera annonaria per un tozzo di pane al giorno, il Comandante aveva pure donatori di sangue personali, con uno stile di vita da «Papa Re».Il Fidel pubblico era capace di discorsi fiume sulla necessità di stringere la cinghia contro il «nemico esterno»; la sua rivoluzione era contro i ricchi, purché il ricco non fosse lui, che, mentre a Cuba predicava l’uguaglianza e puniva chi mostrava «tendenze borghesi», viveva nel lusso. «Un padre notturno, intermittente, intelligente e manipolatore», racconta Alina Fernández.Ma nella narrazione celebrativa del centenario manca un altro capitolo: la repressione degli omosessuali e i campi di lavoro forzato. Negli anni Sessanta e Settanta, a migliaia furono internati nelle Umap, strutture di lavoro coatto dove venivano «rieducati». Una pagina raccontata da chi quella realtà la conobbe sulla propria pelle, come lo scrittore cubano Reinaldo Arenas, omosessuale dichiarato e perseguitato dal regime. E mentre a L’Avana si intonano peana e si celebra la sua «eredità» sino a domenica, è bene ricordare qui la distanza tra le sue parole e i fatti, la vera chiave per capire la natura reale del castrismo: un sistema che ha chiesto al popolo sacrifici generazionali in nome di un ideale e che ha riservato al suo fondatore e al suo cerchio magico una vita da pascià.