Ospitiamo il contributo di Fabio Falbo, "lo scrivano di Rebibbia", sulle tossicodipendenze in carcere. Sul tema il governo è intervenuto di recente con una nuova legge che, secondo gli operatori del settore è insufficiente perché a un obiettivo ambizioso non corrispondono uguali finanziamenti.

Non so se il ministero della Giustizia abbia i dati delle tante persone che non hanno una residenza e che per questo non possono accedere alle comunità terapeutiche. Chi ha una dipendenza patologica non dovrebbe stare in cella, eppure il carcere è diventato il suo più grande e fallimentare deposito. Le dipendenze non sono devianze da punire con le sbarre, ma patologie croniche e recidivanti riconosciute dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Invece, la macchina della giustizia italiana ignora la diagnosi medica e applica solo la logica custodiale, nascondendosi dietro cifre di comodo.

La narrazione pubblica si culla sulla cifra ufficiale del 32% come indicatore della presenza di persone detenute con dipendenze. Si tratta di una vistosa sottostima burocratica, anche perché la realtà dei reparti detentivi fotografa una situazione drammaticamente diversa, dove la percentuale reale di ristretti con problemi di dipendenza supera diffusamente l'80%. Il dato è riscontrabile sui flussi in entrata in carcere di persone che (pur non avendo una certificazione esterna dal SerD) dichiarano di avere una o più dipendenze. Ecco perché nelle stime ufficiali queste persone non risultato.