di
Pierpaolo Lio
Dopo quasi 20 anni le indagini sull'omicidio di Chiara Poggi ancora a un bivio: le attese, il lavoro della Procura e quello della difesa
«Pronto, 118». «Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli, a Garlasco (...). Credo che abbiano ucciso una persona». È il 13 agosto del 2007. È la (famosa e discussa) telefonata di Alberto Stasi che lancia l’allarme. È l’inizio del «giallo» di Garlasco. Da quel giorno, da quell’omicidio, sono passati 19 anni. Oggi, come ogni 13 agosto, la famiglia Poggi ricorderà Chiara con una messa e una visita sulla tomba della ragazza. Che avevano visto per l’ultima volta una settimana prima della sua morte, al momento dei saluti per le vacanze. «Quando siamo partiti, il 5 agosto alle 6, Chiara ci ha salutati rimanendo vicino al cancello pedonale — ricordò poi la madre Rita ai carabinieri —. Quando abbiamo svoltato per Pavia, lasciando via Pascoli, l’ho vista rientrare». Quasi vent’anni dopo «vogliamo stare raccolti tra di noi, come abbiamo sempre fatto. Vogliamo solo ricordarla da soli e in silenzio», è la richiesta avanzata dai famigliari.
Le attese opposteL’anniversario cade in un’estate d’attesa che Alberto Stasi e Andrea Sempio stanno vivendo con sentimenti opposti. Il primo, condannato in via definitiva a 16 anni. Il secondo, unico indagato per quello stesso delitto nell’ambito della nuova indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, coordinati dalla procura di Pavia guidata da Fabio Napoleone. Per il commesso 38enne, in autunno dovrebbe arrivare la richiesta di rinvio a giudizio, che sarà poi valutata dal gup di Pavia. L’accusa: omicidio volontario, con le aggravanti dei motivi abietti e della crudeltà. Il delitto sarebbe stato la reazione feroce di fronte a un rifiuto di un ragazzo «ossessionato» dalla vittima per la visione dei suoi video intimi.L’altro, Stasi — che dopo aver scontato dieci anni, da giugno è in affidamento in prova, e quindi fuori dal carcere — potrebbe invece vedere aprirsi la strada della revisione, con la procura generale di Milano che potrebbe inviare alla Corte d’appello di Brescia la richiesta di riconsegnargli il ruolo di «scopritore» innocente del cadavere.






