Walter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato al suo amico Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report di cui, secondo i magistrati, avrebbe voluto favorire l’ascesa politica. È quanto emerge al termine dell’interrogatorio di garanzia dell’imprenditore e faccendiere, arrestato lunedì per la bomba dello scorso ottobre. Lavitola, già coinvolto in numerose vicende giudiziarie, è comparso alle 12 davanti alla giudice per le indagini preliminari Iole Moricca – che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti – e del pm Edoardo De Santis. A quanto ha riferito entrando in carcere il suo avvocato Sergio Cola, fino all’ultimo momento Lavitola non aveva ancora deciso se rispondere alle domande: il tempo trascorso dall’inizio dell’atto, però, suggerisce che la riserva sia stata sciolta in senso positivo. Il mese scorso, convocato dai pm mentre era ancora indagato a piede libero, l’ex direttore dell’Avanti! si era avvalso della facoltà di non rispondere, rilasciando però lunghe dichiarazioni spontanee in cui si era detto totalmente estraneo ai fatti.
Nel frattempo Ranucci, bersagliato dalla destra che chiede la sua sospensione dalla Rai, attende il parere del Comitato etico del servizio pubblico sui suoi rapporti con Lavitola. Mercoledì il conduttore si è sfogato con un sibillino post su Facebook dal titolo “La voce che spaventa”. “Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza“, scrive. “Muoiono tutti nello stesso identico modo — non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”.











