Chiusa l’inchiesta sull’imprenditrice dell’azienda di cybersicurezza Deas, Stefania Ranzato, e sull’amministratore delegato di Sogei, la controllata al cento per cento dal Tesoro, Cristiano Cannarsa. Entrambi sono destinatari dell’avviso 415 bis da parte della procura di Roma che, di solito, prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Rischiano, dunque, di andare a processo.

Cybersicurezza, la società Deas in affari con la Difesa venduta a 85 milioni

La contestazione che i pm di piazzale Clodio muove nei confronti di Ranzato, che ha da poco concluso un affare milionario vendendo Deas al fondo Xenon, e di Cannarsa è quella di concorso in indebita destinazione di denaro. In altre parole, la norma che ha sostituito il reato, abrogato, dell’abuso d’ufficio.

Saltata, pertanto, l’ipotesi di tentato peculato per cui i due erano stati originariamente iscritti.

Secondo i magistrati capitolini, l’ad avrebbe «sollecitato alle strutture tecniche di Sogei una proposta di fornitura da parte di Deas» di importo pari a oltre un milione e mezzo di euro. Ma quel progetto, sempre secondo i magistrati, non avrebbe avuto sul mercato costo superiore a 200mila euro. Inoltre per i pm l’obiettivo degli indagati sarebbe stato quello di «appropriarsi dell’importo corrispondente alla differenza tra i valori sopraindicati». Tradotto: Sogei avrebbe avuto intenzione di far lavorare Deas, affidandole un lavoro pagato molto più del dovuto in modo da spartire il denaro in esubero.