Roma, 12 agosto 2026 – A Londra studia gli occhi, a Damasco impara a chiuderli. Da ieri Bashar al-Assad, l’oculista dall’aria timida che nel 2000 eredita quasi per accidente la Siria dal padre Hafez, è un condannato a morte. Il giudice del tribunale di Damasco, Fakhr al-Din al-Aryan, lo ha riconosciuto colpevole di omicidio premeditato, uccisione di minori di 15 anni e tortura: crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Con lui il fratello Maher, uomo forte della macchina repressiva e il cugino Atif Najib, ex capo della sicurezza di Daraa, la culla della rivolta del 2011. Quest’ultimo è l’unico presente in aula. Assad è a Mosca. Ha trenta giorni per fare appello prima che la Cassazione si pronunci sulla prima sentenza contro i vertici del vecchio regime siriano.
Assad condannato a morte
Non è nato per governare, Bashar. Quando nel 1994 il fratello Bassel, destinato alla successione, muore in un incidente, lui viene richiamato dall’Inghilterra. Lascia il camice e indossa l’uniforme. Poi mette il vestito buono da riformatore. Ma lo sporca di sangue. Nel 2012, mentre Homs viene bombardata, filtra un’immagine grottesca dal palazzo. Il Guardian pubblica circa tremila email attribuite a Bashar e alla moglie Asma: il presidente scarica musica da iTunes e le manda una canzone country di Blake Shelton, mentre intorno alla famiglia circolano ordini di gioielli, mobili e beni di lusso. In quei mesi l’oculista paragona la repressione a un’operazione chirurgica. “Se il medico ha le mani coperte di sangue – dice – lo si accusa o lo si ringrazia perché ha salvato il paziente?”.










