(di Elisabetta Stefanelli)
"A occhi chiusi, gli occhi sono straordinariamente aperti", si intitolava una mostra di Marisa Merz del 1975 ed era un titolo profetico per l'opera di questa artista che ha sempre lavorato in solitudine eppure è stata capace di descrivere il mondo. Nasce a Torino il 23 maggio del 1926 con il nome di Maria Luisa Truccato, per poi prendere il cognome del marito come lei artista Mario Merz, ed è scomparsa nella stessa città il 20 luglio del 2019. Ora in occasione del centenario della nascita, sono ben tre gli spazi dedicati a ripercorrere la straordinaria capacità visionaria della sua produzione artistica, sono il titolo di "La danza delle ore". Ecco dunque che, come accade spesso, bisogna aspettare un anniversario per celebrare un'artista donna, ma ben venga qualsiasi occasione comunque e questa è di particolare valore e complessità perché coinvolge tre sedi prestigiose come il Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, la Fondazione Merz e la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Dal 29 ottobre al 4 aprile "Marisa Merz - La danza delle ore", proporrà un percorso attraverso la sua produzione così difficilmente etichettabile, anche se è considerata l'unica esponente femminile dell'Arte Povera, con cui però si può parlare più di strada parallela che di vera e propria condivisione. È del resto sotto quell'ala che inizia il suo complesso percorso, dopo l'esordio del 1966 nel 1967 espone nella collettiva curata da Germano Celant, alla Galleria La Bertesca di Genova e poi riproposta all'Ica di Londra, a Berna e ad Amalfi: insieme a Giuseppe Penone, Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Gilberto Zorio, Jannis Kounellis, Emilio Prini, Michelangelo Pistoletto, Pierpaolo Calzolari. Nella collettiva 'Arte Povera + Azioni Povere' ad Amalfi del 1968 Marisa Merz espone sulla spiaggia coperte arrotolate e imballate con filo di rame o scotch (Senza Titolo, 1966), e opere legate all'infanzia della figlia Beatrice (ora presidente della Fondazione Merz) fatte di filo di nylon, rame o lana. Con queste opere introduce nel linguaggio della scultura tecniche considerate artigianali, dando cosi' dignita' "artistica" a materiali e pratiche usualmente considerati poveri. Tanto che quando la Biennale arte le assegna il Leone d'Oro alla carriera nel maggio del 2013, nella motivazione la giuria scrive: ''A partire dal suo lavoro svolto in parallelo ai protagonisti dell'arte povera, tra i quali Marisa Merz si distingueva per la riflessione sulla sfera dello spazio domestico e femminile, l'artista ha sviluppato un linguaggio personale in cui pittura, scultura e disegno si combinano per dare forma a immagini all'apparenza arcaiche e primordiali. In queste icone contemporanee, volti stilizzati affiorano alla superficie come apparizioni divine''. Ora nel netto della definizione ''femminile'' che suona decisamente arcaica, meglio parlare di materiali ed ispirazioni di un quotidiano certo diverso da quello consueto dalla sfera artistica a cui Merz dà dignità di espressione interiore, intima, privato che diventa pubblico. La mostra, in programma dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, si configura come una retrospettiva senza precedenti, difficilmente replicabile per ampiezza e profondità. Attraverso un nucleo straordinario di opere, alcune delle quali inedite, il percorso offre una lettura articolata della ricerca dell'artista, mettendo in dialogo tre dimensioni fondamentali del suo lavoro: il processo creativo e l'uso dei materiali, il tempo quotidiano come spazio dell'arte, la casa come laboratorio alchemico e la nozione di spazio come luogo fisico e metafisico. Al Castello di Rivoli, la mostra è curata da Francesco Manacorda e Marianna Vecellio; alla Fondazione Merz da Beatrice Merz e Sébastien Delot; alla GAM da Chiara Bertola e Chiara Parisi. Le tre sedi costruiscono insieme un racconto unitario e polifonico, capace di restituire la continua evoluzione dell'opera di Marisa Merz e la sua attualità nel panorama artistico contemporaneo. Il progetto sarà accompagnato da un catalogo unico, presentato in occasione di un convegno dedicato all'artista.






