Recep Tayyip Erdoğan è riuscito dove tutti i suoi predecessori avevano fallito: ha posto fine al più lungo conflitto interno a bassa intensità della storia contemporanea, facendo approvare dal Parlamento turco una legge che ha messo in pratica il processo di pace avviato da oltre un anno con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un processo di pace - definito "Turchia senza terrore" - che è molto diverso da esperienze del passato in Irlanda, Spagna, Colombia, Filippine. Perché costituisce forse il primo esempio al mondo di pacificazione che non prevede esplicitamente un'amnistia, non contempla regioni amministrative autonome (o l'indipendenza), non prevede meccanismi di amministrazione autonoma e rifiuta la mediazione di attori esterni. Eppure si propone di porre la pietra tombale su un conflitto durato circa 40 anni che ha provocato la morte di oltre 40mila persone.

La legge sul disarmo e l’indulto per i combattenti curdi - approvata dal Parlamento di Ankara il 10 agosto dopo lunghi mesi di negoziati diretti del governo con i comandanti del Pkk - rappresenta uno storico passo positivo, di importanza non solo interna, ma anche regionale, sebbene risponda essenzialmente alla questione securitaria e non corrisponda diritti civili e politici alla comunità curda del sudest anatolico, quali il diritto all’istruzione nella propria lingua, il diritto di cittadinanza e l’autonomia amministrativa dei comuni a maggioranza curda. È indubbiamente una schiacciante vittoria politica per Erdoğan che è a caccia del voto curdo per assicurarsi un terzo mandato presidenziale. Il provvedimento è stato approvato con una maggioranza senza precedenti: 468 voti a favore e 88 contrari, ben 68 voti in più di quelli necessari per la modifica costituzionale, senza dover ricorrere quindi a referendum. Se il presidente riuscirà a mantenere questo livello di sostegno anche nel paese con il supporto del voto curdo potrà essere rieletto in maniera schiacciante per il terzo mandato.