“Cerca continuamente di ridefinire la propria ribellione”. Non ricordiamo bene chi fa questa calzante affermazione riferita al regista bobbiese in “Marco Bellocchio – La porta della realtà”, il documentario diretto da Fabio Lovino, prodotto da Loft Produzioni e presentato in queste ore al 79esimo Locarno Film Festival. Già, perché se c’è un aspetto che colpisce dell’86enne autore di “Portobello”, è questa sua instancabile, inesausta fame di regia cinematografica. Bellocchio non si ferma mai. Anzi, forse si era fermato a metà anni settanta prima della “cura” Fagioli.
Anche se l’accelerazione data nell’ultimo ventennio, da L’ora di religione in avanti, è stata letteralmente fulminante. Dicono, sempre nel documentario di Lovino, che Bellocchio “non si rassegna ad essere un venerato maestro”. Ed è proprio l’inafferrabilità di un signore che ha rivoluzionato stilisticamente il cinema italiano, parallelamente al coevo Bernardo Bertolucci, ad essere al centro di questo curioso film di pedinamento e accerchiamento del protagonista.
Peraltro più ti avvicini a Bellocchio più intravedi non la sua imperscrutabile laica spiritualità (un rebus per giornalisti, biografi e familiari probabilmente insoluto per sempre), quanto la sua quasi patologica dedizione al fare cinema. Non vogliamo far torto alla caterva di suoi fan celebri come Marco Tullio Giordana, o agli attori che hanno lavorato con lui come Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni, che appaiono devoti quasi commossi di fronte al possibile ricordo del maestro, ma è nelle testimonianze della montatrice Francesca Calvelli (e dei direttori della fotografia Beppe Lanci e Daniele Ciprì che si scopre Bellocchio.






