Le Filippine restano divise tra potenziale e politica.
Il ciclo triennale delle elezioni locali e l’impossibilità per i presidenti di essere rieletti dopo un unico mandato di sei anni, uniti a conglomerati economici profondamente radicati, rendono quasi impossibile un rapido adeguamento economico.
La crescita si è dimezzata dal 6% al 3%, in parte a causa dello scandalo di corruzione relativo alla gestione delle inondazioni dello scorso anno che ha ritardato la spesa per le infrastrutture, mentre i consumi sono scesi al 4%, nonostante il persistere di elevati livelli di indebitamento e di disavanzi delle partite correnti.
Ironia della sorte, il precedente regime di Duterte, nonostante i suoi evidenti svantaggi, si è dimostrato più efficace nel portare avanti le riforme economiche proprio perché non era alleato con l’oligarchia radicata.
L’attuale stallo politico – con il Senato concentrato esclusivamente sull’impeachment del vicepresidente, mentre il presidente Marcos e la vicepresidente Sara Duterte sono d’accordo su ben poco – esemplifica le sfide strutturali che il Paese deve affrontare.








