Anche Novara sportiva ricorda con affetto Livio Berruti il campione olimpico scomparso a 86 anni, per le sue frequentazioni cittadine. Si parte dagli Anni Settanta quando era ospite fisso alla cena dei «Globetrotters» organizzata dal giornalista Gino Ardemagni. Allora, in occasione del Natale radunava, a Novara, i più celebrati campioni dello sport nazionale. Ma poi ancora, quando il campione olimpico del 1960 rimase vittima di un incidente in autostrada sulla Torino-Milano nei pressi di Novara. Al pronto soccorso dell'ospedale Maggiore l’accolse un giovane ortopedico, il dottor Pierluigi Di Seglio. «Livio era messo molto male, con una serie di fratture. Non lo riconoscemmo subito. – ricorda Di Seglio - Gli chiedemmo come si chiamava e lui, con un filo di voce, ripeteva Livio. Poi, rivolto agli infermieri che gli tagliavano gli abiti, sussurrava: “piano, piano”. Così, sulla cartella clinica fu catalogato Livio Piano... Nacque un’amicizia che mi portò ad invitarlo poi ad una serata del Panathlon». Ospite del Panathlon di Novara Era il 16 marzo 2009 quando il presidente Di Seglio lo presentò ai panathleti novaresi, insieme a Ito Giani, un altro velocista. Livio ripercorse la sua impresa olimpica. Raccontò della simpatica ed affettuosa amicizia nata a Roma con l’americana Wilma Rudolph (oro nel 100 e 200 piani). Ma rivelò anche il segreto dei suoi successi: «La mia corsa era semplice e spontanea. La mia forza era nelle caviglie che mi permetteva di evitare gli sbandamenti e di vincere la forza centrifuga in curva ed uscire in rettilineo sempre in testa, dopodiché mi bastava calibrare la falcata allungandola di poco per mantenere il vantaggio fino sul filo di lana. Oggi non è più possibile per un campione vincere con il solo talento.» «Emerge anche chi ha meno talento» E ancora: «Allenamenti più duri e specifici, materiali migliori, tecniche più sofisticate, aiuti di vario tipo compresi anche quelli farmacologici, medico e manager personali, sponsor e tanti viaggi permettono di raggiungere risultati di alto livello anche a chi ha meno talento. Lo sport è agonismo e mette a nudo tutte le migliori qualità individuali. Paradossalmente oggi l’atleta (pur seguito da uno staff personale) si sente più solo e più fragile e perde la sua capacità di controllarsi ed autogestirsi. Fino alle Olimpiadi del 1968 lo sport era visto come uno strumento di pace e solidarietà: una festa sportiva. Dopo il 1972 (Olimpiadi di Monaco) con l’attentato agli atleti israeliani non è più così».Ma Berruti gareggiò, e vinse, anche al campo di atletica di Novara, (stracolmo di gente). Era il maggio 1961, in un meeting organizzato dalla Libertas Doppieri del cavalier Ottavio Borzino. In quell’occasione si mise in luce anche l’ostacolista verbanese Sergio Bello che diventò poi un campione sui 400 hs.