Tre anni dopo, il vuoto che Michela Murgia ha lasciato nel dibattito pubblico italiano non si è colmato: nessuna voce ha preso il suo posto nel saper unire rigore intellettuale e radicalità. Le domande che poneva sul potere, sul linguaggio e su chi vive ai margini restano ancora tutte da rispondere.
@Michela Murgia/Facebook
Indice
Sul fascismo, che non si misura dal consensoSul linguaggio come infrastruttura di potereSulla sincerità come alibiSull’ignoranza diventata comodaSulla morte che la società sceglie di non vedereSull’eredità che non è biologicaSu come vuole essere ricordata
Sono passati tre anni da quel 10 agosto in cui Michela Murgia se n’è andata, a 51 soli anni, dopo aver trasformato anche la propria malattia in un atto pubblico di lucidità e di cura collettiva. Da allora l’Italia ha continuato a discutere di linguaggio inclusivo, di violenza di genere, di famiglie non tradizionali, di derive autoritarie: esattamente i terreni su cui Murgia aveva scavato per anni, spesso da sola, spesso controcorrente. Non è un caso se il suo nome torna continuamente nel dibattito pubblico: mancano la sua capacità di smontare un luogo comune in tre frasi, il suo rifiuto della semplificazione, il suo modo di trasformare la rabbia in pensiero organizzato invece che in rumore.






