Massimiliano Cencelli è morto a novant’anni, ma da tempo aveva compiuto il destino rarissimo di sopravvivere a se stesso come vocabolo. Il suo cognome non indicava più un uomo: era diventato una categoria della politica. Ogni volta che un governo, una giunta o un consiglio di amministrazione prendevano forma attraverso dosaggi di partito, correnti, territori e fedeltà, il ‘Manuale’ veniva evocato come un convitato di pietra.
Cencelli non fu un capo partito né un ministro né un teorico. Funzionario della Democrazia cristiana e segretario di Adolfo Sarti, era uno degli artigiani invisibili della Prima Repubblica, capaci di conoscere sezioni, congressi e rapporti di forza meglio di molti leader. La sua carriera rimase assai più limitata della fortuna del nome: un uomo di apparato diventato, quasi per scherzo, l’autore eponimo della più celebre grammatica del potere.
La scena originaria risale al 1967. Al congresso democristiano di Milano, la corrente dei "pontieri" di Sarti, Cossiga e Taviani ottenne il 12 per cento. Bisognava tradurre quel peso negli incarichi di partito e di governo. Cencelli propose una metafora semplice e brutale: se il partito è una società per azioni, a ciascuna componente deve spettare una quota di potere proporzionata alle azioni possedute. Sarti gli disse di fare i conti. E ai giornalisti che chiedevano anticipazioni rispondeva con la battuta destinata a fare storia: "Chiedetelo a Cencelli".











