In Italia e non solo, il cambiamento climatico sta trasformando gli incendi: sono più estesi, più intensi e più veloci. Solo per il 2025 la stima dell’area bruciata a livello nazionale è tre volte quella dell’anno precedente, nonostante condizioni meteorologiche estive simili a quelle del 2024. L’equivalente di un’area grande quanto la provincia di Pistoia, 965 chilometri quadrati, il 50% in più rispetto al 2003.I primi dati sul 2026 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) mostrano che dal 1° gennaio al 9 giugno sono andati a fuoco circa 60 chilometri quadrati di territorio italiano, quanto l’estensione del Lago di Bracciano. A fine luglio sono stati superati i 700 chilometri quadrati percorsi dalle fiamme. Roberto Inghilesi, responsabile del centro di sorveglianza ambientale dell’Ispra, spiega a L’Espresso che quest’anno gli incendi sono cominciati prima del solito: «In Francia, la superficie già percorsa da incendi si colloca su valori fuori da ogni statistica degli ultimi 20 anni».Mentre i roghi si diffondono nella penisola, le previsioni contenute nei piani antincendi boschivi regionali da Nord a Sud lanciano l’allerta: i loro livelli di pericolosità ed estensione peggioreranno progressivamente. Secondo l’ultimo studio della Regione Piemonte sul potenziale cambiamento degli incendi fino al 2050, nel Nord Ovest si prevede un aumento generale del rischio durante tutto l’anno, a eccezione solo di dicembre e gennaio, «con un incremento molto marcato del numero di giorni in cui si verificheranno condizioni favorevoli all’innesco dell’incendio». Nelle province di Torino, Vercelli e del Verbano-Cusio-Ossola, quest’anno gli incendi divampati tra giugno e luglio hanno distrutto almeno 700 mila alberi. A provocarli, spiegano i vigili del fuoco, sono state le fiamme innescate dai fulmini di violenti temporali, poi alimentate dal vento, dalle temperature torride e dai terreni secchi. Le stime indicano che serviranno fino a 70 anni affinché le querce, i faggi e le conifere bruciate ritrovino la loro piena maturità e la struttura originaria.In Calabria, che con Sicilia e Campania è l’area geografica più colpita, gli studi dicono che le zone a rischio sono destinate a crescere. Secondo il piano di prevenzione e contrasto agli incendi boschivi della Regione, fra il 2031 e il 2071 le aree a basso rischio si dovrebbero restringere di molto, con quelle a rischio medio-alto in espansione verso le zone interne e le coste. Nel trentennio successivo, le zone a basso rischio potrebbero sopravvivere solo ad alta quota, il resto mentre quasi tutta la regione sarà esposta a un rischio medio-alto.Inghilesi resta prudente: «In questo momento non abbiamo evidenza di trend in aumento, tranne che per poche regioni e alcune province, in genere al Sud. Un aumento del rischio pone in ogni caso la necessità di adottare una flessibilità maggiore negli strumenti di intervento, senza lasciare scoperti periodi dell’anno che possono rivelarsi un’emergenza».