di Fausto Cariotisabato 8 agosto 20264' di letturaLeone XIV, che ha dedicato l’enciclica Magnifica Humanitas alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, non sarà contento. Anche il direttore dell’Espresso Emilio Carelli e i suoi lettori qualche domanda a Nicola Zingaretti avrebbero il diritto di porla. Il sindacato dei ghostwriter, se esistesse (una volta era mestiere da giornalisti), dovrebbe sollevare la questione. Perché non è bello fare queste cose: con il papa, il settimanale storico della sinistra e persino l’etica di mezzo. Premessa. Chi è del mestiere e un minimo scafato i testi scritti con l’intelligenza artificiale li riconosce a colpo d’occhio. Almeno quelli “commissionati” al chatbot senza dare istruzioni precise, e poi copiati e incollati alla boia di un Giuda. L’intelligenza artificiale tende a usare modi di argomentare stereotipati, frasi “fatte” che adatta alle diverse circostanze. Come ha scritto di recente il settimanale britannico The Economist, «se i modelli linguistici continueranno a migliorare, tra qualche anno potrebbero essere all’altezza dei professionisti della parola. Per ora, però, la loro prosa floscia rende particolarmente prezioso il lavoro di editing».Tutto questo per dire che già a una prima lettura l’articolo apparso sul numero dell’Espresso in edicola ieri e firmato da Zingaretti per aderire alla campagna a sostegno della candidatura del papa al Nobel per la Pace ha proprio quelle caratteristiche: argomenti stereotipati, frasi che sanno di fuffa riciclata, prosa floscia.