Che Trump faccia un po’ come gli pare, questo è assodato. Che abbia velleità egemoniche che comprendono la Groenlandia, anche. Quindi, la notizia che un’azienda petrolifera vicina al tycoon abbia deciso di trivellare la terra verde senza alcun permesso, non stupisce. La società in questione si chiama Greenland Energy, «i cercatori di petrolio dei giorni nostri», si autodefiniscono. E ha già portato sulla costa orientale dell’isola il materiale per perforare il suolo artico, senza nessun consenso delle autorità locali. «Tutte le future questioni logistiche devono essere comunicate e approvate dall’autorità per le risorse minerarie prima che vengano effettuate», ha sottolineato stizzito il governo groenlandese. In tutta risposta, Trump ha pubblicato sul suo Truth Social un’immagine gulliveriana in cui la sua figura sovrasta un villaggio delle terre del Nord. Secondo il Guardian, l’intenzione è quella di spendere 60 milioni di dollari per trivellare due pozzi “esplorativi”: per i dirigenti della Greenland, sotto il suolo ghiacciato della regione di Jameson Land, potrebbe esserci greggio per un valore di mille miliardi di dollari.

I legami con Trump La Greenland Energy è stata fondata appena lo scorso anno e vanta tra i suoi maggiori azionisti una buona parte dell’entourage di Trump. Per citare un esempio, la società ha arruolato persino “Dr. Phil” (al secolo Phil McGraw), controverso telepredicatore già fedelissimo di Donald, a cui è stato affidato il compito di girare un docu-reality sul progetto. Nel consiglio d'amministrazione, poi, anche un veterano della Marina direttamente coinvolto nello sviluppo del Golden Dome, il faraonico scudo antimissile per il quale il tycoon ritiene il controllo della Groenlandia una questione di vita o di morte. Una scelta complessa La questione, ad ogni modo, è piuttosto complicata. Sono ormai 5 anni che l’esecutivo groenlandese non rilascia licenze petrolifere, principalmente per motivi ambientali. Lo slogan è: «Il futuro non appartiene al petrolio, ma alle energie rinnovabili». Zone come Jameson Land hanno habitat sensibili e protetti, e la possibile fuoriuscita di petrolio nelle acque artiche avrebbe conseguenze catastrofiche e pressoché irrimediabili, oltre a violare la Convenzione di Ramsar che tutela zone umide. Ma – quando si parla di profitto e ambientalismo c’è quasi sempre un ma – già da tempo una società britannica chiamata “80 Mile” si è assicurata i diritti di esplorazione del territorio. Furbescamente, la Greenland Energy ha intenzione rilevare una quota di maggioranza nel progetto in cambio del finanziamento dell’esplorazione. Tutto ciò, ancora, senza l’autorizzazione delle comunità locali. Che sono fondamentali: trattandosi di un territorio semi-autonomo della Danimarca, le decisioni sulle risorse naturali della Groenlandia spettano ai leader locali eletti, ora più che mai in una posizione scomoda. Molti, infatti, temono che un possibile rifiuto alla Greenland Energy possa dare un pretesto a Trump per la sua avanzata imperialista. Già nel 2019 il presidente americano espresse la volontà di “comprare” l’isola, fino alle recenti pressioni per trasformarla in un avamposto strategico comodo per il controllo delle rotte artiche, incrinare il monopolio cinese e blindarsi dalla minaccia russa. Trump, memore del suo passato da imprenditore, l’ha definito «l’affare immobiliare più grande di sempre». Dal canto suo, Larry Swets, presidente di Greenland Energy, ha assicurato che il progetto «non è legato all’annessione americana».