Una piattaforma scoperta a Zhangjiakou mostrava dati sensibili, movimenti e contatti di migliaia di persone, compresi studenti e giornalisti
La Cina ha costruito negli ultimi anni uno dei sistemi di sorveglianza più estesi al mondo. La grande novità è che adess il suo raggio d’azione non riguarda più soltanto i cittadini cinesi. Documenti, banche dati e piattaforme digitali mostrano infatti che anche gli stranieri che vivono, studiano, lavorano o transitano nel Paese possono essere inseriti in un circuito di monitoraggio che combina informazioni anagrafiche, movimenti, immagini delle telecamere e dati provenienti da servizi pubblici e privati. Il caso emerso nel 2026 nella città di Zhangjiakou, nel nord della Cina, ha offerto uno sguardo raro su questo meccanismo. La piattaforma individuata dal ricercatore di cybersicurezza olandese Marc Hofer conteneva informazioni su quasi 12 mila persone: residenti stranieri, studenti internazionali, giornalisti, cittadini di Hong Kong e Taiwan e soggetti classificati come “persone chiave”. Nel database comparivano numero di passaporto, numero di telefono, indirizzo, professione, stato civile e, in alcuni casi, persino la religione. La Cina, che secondo stime internazionali dispone di centinaia di milioni di telecamere di sorveglianza e di sistemi avanzati di riconoscimento facciale, integra queste informazioni con i dati raccolti da immigrazione, trasporti, hotel, ospedali e pagamenti digitali. L’obiettivo dichiarato dalle autorità è garantire la sicurezza pubblica e mantenere la stabilità sociale, ma per organizzazioni come Human Rights Watch il livello di integrazione dei dati e l’assenza di controlli indipendenti rappresentano un rischio senza precedenti per la privacy.









