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Francesco Rotondi

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Marcinelle non è soltanto una tragedia da ricordare. È una domanda che, a settant’anni di distanza, continua a interpellare l’Europa: qual è il valore del lavoro nella nostra società se non siamo in grado di proteggere chi lo svolge? L’8 agosto 1956 morirono 262 minatori, 136 italiani. Erano emigrati partiti in cerca di un futuro migliore e impiegati nei lavori più duri e rischiosi della crescita europea.

Oggi la storia ha cambiato direzione: l’Italia è diventata anche un Paese di immigrazione e una parte significativa della nostra economia dipende dal lavoro di centinaia di migliaia di cittadini stranieri, spesso impiegati proprio nei comparti dove il rischio è maggiore: edilizia, agricoltura, logistica, manifattura. Ma la lezione di Marcinelle resta attuale: non è la nazionalità a determinare l’infortunio, bensì le condizioni di lavoro, la precarietà, una formazione insufficiente, le barriere linguistiche e filiere produttive nelle quali la responsabilità rischia di perdersi tra appalti e subappalti. Per questo la sicurezza non può essere trattata come un capitolo separato dalle politiche del lavoro o limitarci alle commemorazioni di circostanza.