TREVISO Continua a far discutere la notizia del truffatore campano 24enne, con alle spalle una sfilza di precedenti per reati contro il patrimonio, che “se l’è cavata” - questo è il sentiment popolare - con un foglio di via, con divieto di ritorno a Treviso per quattro anni, per aver rubato 340mila euro in lingotti e gioielli d’oro a una 57enne di Sant’Angelo. Immediata l’ondata di indignazione che si è levata tra sindaci del territorio e semplici cittadini. I quali, posto che l’uomo non è stato colto in flagranza di reato, si chiedono come mai il truffatore non sia stato sottoposto a provvedimenti più severi. Chiara, in questo senso, è l’analisi dell’ex procuratore Antonio Fojadelli.
Come mai può essere stata scelta questa misura anziché un’altra più restrittiva? «Le ragioni possono essere molteplici. Alcune anche di carattere politico. Tra le varie considerazioni, c’è quella del sovraffollamento delle carceri e del cercare di evitare il regime detentivo proprio per non aggravare ulteriormente la crisi del nostro sistema penitenziario. Se non che, per soddisfare un interesse bisogna inevitabilmente sacrificarne un altro. E così si tradisce la promessa, contenuta nel codice penale, che se uno ruba sarà punito. Con questo si rischia di compromettere la credibilità dello Stato agli occhi dei cittadini. Stato che minaccia una pena ma poi non mantiene la promessa».È da qui che nasce la protesta dei cittadini? «L’indignazione popolare corrisponde allo sconcerto che viene dalla percezione che lo Stato si sia indebolito perché non riesce più a mantenere l’ordine e la minaccia della pena. Il rischio è si crei uno scollamento. È chiaro che la legge non debba essere per forza in sintonia con il sentimento generale ma quest’ultimo è comunque da tenere in conto».In questo senso, secondo lei, è necessario un intervento del legislatore per norme più severe? «Di leggi ne abbiamo a sufficienza. Se intelligentemente applicate, abbiamo un armamentario sufficiente per far fronte a chi delinque. Quello che mi sconcerta è questo buonismo “woke” istituzionale, tanto di tendenza ultimamente. Non fa acquisire prestigio. E il criminale, comunque, ragiona in termini utilitaristici. Cioè, si chiede: “Questa rapina, in termini di giorni di galera, quanto mi costa?”. Per questo la minaccia della pena deve contenere alla base la deterrenza. Tutti noi dobbiamo sentire che lo Stato c’è anche con la forza. Forza che è comunque posta a presidio delle istituzioni democratiche del nostro Paese».Altrimenti i cittadini rischiano di sentirsi abbandonati, appunto, e di farsi giustizia da soli. «Anche solo il rischio che chi non si sente più protetto dallo Stato possa pensare di farsi giustizia da sé è preoccupante. Ripeto, non dico assolutamente che bisogna mettere tutti in galera e buttare via le chiavi. E nemmeno che si debba obbedire al sentimento popolare. Tuttavia, esso andrebbe perlomeno tenuto in considerazione. Anche perché i truffati altrimenti si chiedono che interesse ci sia nel comportarsi bene».Lei, nel caso del truffatore 24enne, come avrebbe agito? «In questo caso, da pm, avrei richiesto una misura di custodia cautelare. Tornando al buonismo istituzionale, è una tendenza che ritengo anche giusta sotto certi aspetti. Penso alla legge Gozzini, che consente ampi sconti di pena per chi si comporta bene in carcere e dà segnali di recupero. È stata una norma provvidenziale, che ha pacificato le carceri e ridotto i disordini. Una norma buonista ma positiva, nel senso che aveva un obiettivo molto chiaro, che peraltro è stato raggiunto».Resta il fatto che lo Stato dovrebbe mantenere la promessa contenuta nella minaccia della pena. «Il rischio, altrimenti, è che si crei una divaricazione col sentimento popolare».








