di
Marco Bonet
Intervista al medico che affiancava Zaia nelle conferenze stampa sulla pandemia: «Fui accusato di corruzione, falso ideologico, depistaggio». Dopo due anni arrivò l'assoluzione: «Che non cancella l'incubo vissuto da me e dalla mia famiglia. Perché è successo tutto questo? Forse c'è la pista dei soldi»
«Assolto, perché il fatto non sussiste. Quando ho sentito queste parole, nel silenzio immobile del tribunale, non ho provato gioia o rivalsa, solo una quiete profonda e tanta amarezza».Roberto Rigoli è seduto nell’ufficio della sua seconda vita, quella da direttore della Funzione Territoriale dell’Usl Marca Trevigiana. Nella sua prima vita è stato il primario della Microbiologia e il direttore del Dipartimento di Medicine specialistiche di Treviso e il vicepresidente dei microbiologi italiani. Tra le due vite, come una frattura profonda, ci sono stati una pandemia e un processo, passato alle cronache come il «processo tamponi», che in un giorno di novembre del 2021 l’ha tramutato all’improvviso da medico a imputato, «accusato di corruzione, falso ideologico, depistaggio. Reati che avrei commesso mentre la gente attorno a me moriva di Covid».
Crimini scellerati per un dottore.«Un dottore, figlio di dottore. Mio padre era microbiologo a Vittorio Veneto, io un bimbo molto vivace. Erano gli anni Sessanta e per tenermi buono un giorno mi portò con sé in laboratorio, avevo otto anni. Prese una piastra di Petri, vi appoggiò del terriccio e delle uova di zanzara, poi ci mise dell’acqua calda sopra. Mi chiamò allo stereomicroscopio e disse: “Guarda”. Vidi nascere la vita, rimasi a bocca aperta e lì iniziò tutto».









